Let it Die

Recensione: Let it Die – Suda51 torna alla carica

Allo scorso PlayStation Experience è stato presentato un po’ a sorpresa il nuovo titolo di Grasshopper Manufacture, Let it Die. Si tratta di un action RPG (free to play) con elementi roguelike caratterizzato dalla personalità follemente over the top che contraddistingue le produzioni dello studio di Goichi Suda, alla ribalta in occidente grazie a Shadow of the Damned, Sine Mora e Lollipop Chainsaw, giusto per citarne alcuni. A differenza del passato, però, con Let it Die il team giapponese ha voluto sperimentare, non senza una buona dose di rischi. Il primo è la scelta del modello F2P, il secondo la struttura di gioco aperta con annesso multiplayer asincrono. Vediamo se queste decisioni abbiano pagato o meno.

Let it Die

Uscita 3 Dicembre 2016
Lingua Italiano
Piattaforme PS4
Versione recensita PS4
Prezzo al lancio F2P

Let it Die parte da una premessa semplice quanto basta. Il nostro obiettivo è arrivare in cima ad una misteriosa torre che si dice celi un segreto divino. Ci accompagna nell’impresa Uncle Death, in pratica la morte in versione Manual Samuel con ancora più stile.
Il gioco può essere associato ai Souls per diversi elementi, su tutti l’impostazione dei sistemi di progressione e combattimento.
Le statistiche sono pressoché identiche (vitalità, energia, destrezza, fortuna, ecc.) e vengono aumentate attraverso l’acquisizione di punti esperienza al level up, simile è la gestione degli equipaggiamenti nonostante un’interfaccia molto confusionaria, ed infine non si può dire che il combat system non abbia cercato di emulare -con risultati discutibili- quello targato FromSoftware.

Quali sono le differenze? Una riguarda la gestione della stamina, consumata dagli attacchi e dalle schivate. Ogni manovra ne porta via un quantitativo considerevole e l’assenza di una barra apposita dall’HUD non aiuta di certo. L’indicatore è posizionato infatti nel cuore del personaggio ma tenerlo d’occhio durante gli scontri si rivela piuttosto arduo. Questo rappresenta un grave problema poiché al termine delle energie rimarremo immobili per qualche secondo a riprendere fiato, decisamente vulnerabili.

Altro grosso dubbio concerne l’accentuato delay nelle animazioni e l’impossibilità di cancellarle in corso d’opera. Se attaccate dovrete attendere la fine della relativa animazione prima di poter schivare, e viceversa. Come se non bastasse gli attacchi fisici stunlockano sul posto e dunque il button mashing furioso regna sovrano.
Tutto troppo legnoso, lento, poco incline alla pianificazione strategica, in sostanza mediocre.
Il vantaggio di poter equipaggiare ben tre armi per mano, poi, stenta a vedersi nell’atto pratico.
Sia esse che il resto degli equipaggiamenti hanno una durata risibile (si rompono dopo una manciata di colpi), tanto da rendere necessario raccogliere e usare qualunque oggetto lascino cadere i nemici, persino i più inefficienti.

Peccato perché sia le armi che gli stessi nemici vantano un design invidiabile, in pieno stile Grasshopper.
Ferri da stiro letali, spara-fuochi d’artificio, martelli pneumatici elementali impugnati da psicopatici mascherati reminiscenti delle opere di Miller e strambi robot svolazzanti, con il supporto di NPC caratterizzati in modo impeccabile che ritroveremo nell’affascinante HUB a tema post-apocalittico del gioco, concept peraltro strapieno di potenziale.

Let it Die

Perciò consideriamo doppiamente deludente l’effettiva composizione delle aree da esplorare, suddivise in dungeon procedurali pressoché anonimi. Non sembrano esserci elementi distintivi tra di essi, solo corridoi semivuoti tappezzati sporadicamente da gruppi di nemici e strumenti sparsi. La noia viene in parte interrotta da boss e miniboss con cui Let it Die riacquista improvvisamente ritmo e varietà, tuttavia secondo noi in maniera ancora troppo incostante giacché il restante 70% dell’esperienza si compone di grinding.

Ma le buone idee ci sono eccome, specialmente sul versante multigiocatore. Geniale la gestione della permadeath che di fatto non è permanente in quanto i vari alter ego morti possono essere recuperati, conservati in una sorta di freezer e mandati ad invadere i mondi degli altri giocatori online. In tal modo si evita la frustrazione a seguito del game over e i progressi non vengono perduti per sempre. Tra questi gli upgrade ai negozi presenti nell’HUB, addetti alla vendita di abilità passive ed equipaggiamenti di vario genere.
Oltre a ciò avremo anche la facoltà di razziare personalmente le “basi” altrui attraverso una modalità chiamata TDM allo scopo di ottenere denaro sonante da spendere in miglioramenti per il personaggio. Parlando di valuta segnaliamo che le microtransazioni presenti in Let it Die non sono affatto invasive, avendo come unica funzione il risparmio di tempo da investire nel grinding e mai quella di favorire i giocatori paganti con meccaniche pay to win. Per quanto fastidiosi siano gli shop in game, qui ci si mantiene nella giustezza.

Let it Die

In ambito tecnico registriamo alti e bassi. Il cel shading è senz’altro una scelta azzeccata, luci e ombre sono convincenti e il framerate quasi impeccabile, a 60fps. Per contro non siamo rimasti soddisfatti dal basso livello di dettaglio degli ambienti, brulli e con texture a bassa definizione, mentre le animazioni come dicevamo prima risultano lente e legnose.
Fortuna che quantomeno l’art direction fa il suo dovere insieme a una soundtrack a dir poco coinvolgente per dare al gioco un look e un carattere unico, difficilmente replicabile dai competitor.
Bravi anche i doppiatori americani, per una volta in grado di dare voci adatte e credibili a personaggi di matrice non occidentale, particolarissimi poiché nati dalla più distorta fantasia delle menti giapponesi.
La forza espressiva di Grasshopper, nonostante tutti i problemi del caso, c’è ancora.

In sintesi
Let it Die mostra difetti notevoli ma anche idee interessanti. Di certo a Suda51 e colleghi non possiamo imputare una mancanza di originalità almeno dal punto di vista tematico. Il loro ultimo prodotto sprizza stile da tutti i pori, presenta svariate aggiunte gradite alla formula roguelike pur senza uscire troppo dai canoni a cui FromSoftware e tanti altri sviluppatori del Sol Levante ci hanno abituati di recente.
Purtroppo il volersi avvicinare a tali standard ha fatto sì che fossero ignorati dei principi di game design a nostro avviso fondamentali della cui mancanza Let it Die soffre notevolmente, specie nella struttura dei livelli e nel suo combat system. Vi invitiamo comunque a provarlo, d’altronde è gratuito se possedete una PlayStation 4, e a passarci qualche ora senza impegno. Se aggiornato con costanza potrebbe rivelarsi un F2P davvero soddisfacente.
Valutazione scala 1/10

7.0
+ Inconfondibile stile Grasshopper
+ Tante belle idee con molto potenziale
+ Multiplayer asincrono perlopiù riuscito
+ Boss fight degne di nota
+ Ottima soundtrack
– Il combat system ha bisogno di miglioramenti
– Level design poco ispirato
– Cospicue dosi di grinding
– Comparto tecnico non al top
– Armi ed equipaggiamenti si rompono troppo in fretta

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