In questi giorni si sta consumando negli Stati Uniti una tragedia senza precedenti. Niente Black Lives Matter né coronavirus, quelli ormai non fanno più notizia. No, la verità è che il piccolo Jeremy – 8 anni – ha appena ricevuto in regalo il suo nuovo iPhone, ma non può installare Fortnite. Per questo motivo Jeremy verrà bullizzato dai compagnetti, probabilmente svilupperà uno stress post traumatico, comprerà un AK47 al più vicino supermercato e sfogherà la propria frustrazione a scuola, una piovosa mattina di ottobre. America, fuck yeah.
Ma perché non posso installare Fortnite su iPhone né su Android? Il motivo è presto detto.
Epic Games, la famosa ONLUS che si batte per la protezione dei delfini di colore, si è stancata dello strapotere di Apple e Google. Ha quindi deciso di dare vita a una battaglia senza precedenti, portando in tribunale i due colossi, in una causa multimilionaria che con ogni probabilità durerà anni.

Fortnite, Epic e la maxi causa

Tim Sweeney, presidente di Epic Games più noto al pubblico come Timoteo Maiali, ha ritenuto che la tassa di Apple e Google sulle micro transazioni sia troppo alta. Spieghiamo: le piattaforme online come Google Play, App Store, PlayStation Network, Steam o GOG vivono attraverso le royalties. Queste sono delle tasse che si applicano quando viene venduto un qualsiasi contenuto. Se vado su Steam e compro una copia di Giulia Passione Muratore per 10 euro, 7€ andranno al publisher, 3€ andranno a Steam. Il 30% secco, una percentuale che viene applicata da tutti i negozi online sia nelle transazioni dirette che nelle micro transazioni. Per esempio, se su Fortnite voglio comprare un perizoma figo da 10 euro, 7€ andranno ad Epic Games e 3€ andranno alla piattaforma.
Naturalmente esistono accordi di vario tipo tra le aziende, che agevolano alcuni colossi dell’intrattenimento con tassazioni ridotte.

Nei giorni scorsi, l’illustre signor Maiali ha ben pensato di implementare, nella versione mobile di Fortnite, un sistema che bypassa i server di Apple e Google. In questo modo l’intero importo della transazione va nelle mani di Epic Games, cosa che viola il contratto di pubblicazione sugli store. E’ stata una mossa pianificata, studiata e preparata nel migliore dei modi, che ha portato Apple e Google a rimuovere Fortnite dai propri negozi. Pochi minuti dopo, Epic Games ha denunciato le due aziende con un video spettacolare indirizzato ai giocatori, ma anche con un documento di oltre 60 pagine indirizzato ai giudici, dove si scaglia in particolare contro Apple. Perché Apple è cattiva, Apple ha tradito gli ideali di Steve Jobs, Apple è una monopolista che sfrutta gli utenti e ne spreme i portafogli. Le percentuali devono essere riviste e ridotte, ne va del bene del mondo.

Questo, a grandi linee, l’attacco di Epic Games, Tim Sweeney e il delizioso governo cinese. Ho detto governo cinese? Ah, già, perché Tencent detiene quasi il 50% di Epic Games, mentre un festoso Tim Sweeney rimane azionista di maggioranza. E che cosa significa questo. Significa che in teoria Sweeney ha sempre l’ultima parola, ma anche che i soldi sono di Tencent, e che l’allegro moschettiere del re deve rendere quindi rendere conto delle proprie decisioni. In un momento in cui Cina e Stati Uniti sono praticamente in una situazione di guerra fredda, uno dei più grandi colossi cinesi attacca due dei più grandi colossi americani. Coincidenza bizzarra.

Ad ogni modo cerchiamo di vederci chiaro. La tassazione del 30% è stata istituita originariamente perché le royalty su console sono a loro volta del 30%. Quando compri un gioco in negozio paghi circa il 70% al publisher e circa il 30% a Sony, Microsoft o Nintendo. Il negozio prende, su 70 euro, una cifra compresa fra 5 e 14 euro, dipende dal gioco e dal negozio.
Tecnicamente avere la stessa tassazione su un gioco digitale dovrebbe essere un bene, perché in questo caso risparmi sui costi di stampa e trasporto, che non sono marginali. E’ altrettanto vero che rivedere le percentuali potrebbe essere cosa buona e giusta, in particolare per i piccoli sviluppatori indipendenti. Proprio Epic Games applica, in questo senso, delle regole intelligenti con il suo Unreal Engine, facendo pagare per l’utilizzo solo se le vendite eccedono un certo valore.

Vediamoci chiaro

Adesso, ciò che forse dovremmo capire è che qui il nocciolo della questione non è tanto la revisione sulle tasse di Apple e Google, che potrebbe essere sacrosanta. Il punto è che a parlare è una compagnia come Epic Games, che è marcia esattamente quanto Apple e Google. Non è che siano migliori di loro e che si battano per la nostra libertà. Semplicemente sono abbastanza ricchi, hanno voce in capitolo, hanno un esercito di pecore che gioca a Fortnite e che sono pronte a farsi sentire, e soprattutto hanno un plotone di avvocati arrabbiati che non vedono l’ora di spillare qualche miliardo alla maxi corporazione di turno.

La carognata di Epic Games è far passare tutta storia come una mancanza di rispetto verso i consumatori. Allo stesso tempo però Epic spende i miliardi per assicurarsi esclusive temporali sul proprio store digitale, diventando a tutti gli effetti monopolista su una carrettata di tripla A per tutti i giocatori PC. Si lamenta del 30% che fanno pagare gli altri store e si vanta del suo 10/15% su Epic Store, ma non parla del fatto che il suo negozio non ha ancora implementato uno schifo di carrello. Perché è vero che Steam ti chiede il 30%, ma è altrettanto vero che Steam permette agli utenti di dire cosa pensano di un gioco, permette di lasciare recensioni, votare, giocare con delle stupidissime carte, avere degli achievement e trenta miliardi di altre cose che Epic Store non fa. Perfino uno store povero e privo di feature come quello di Nintendo è strutturato meglio rispetto ad Epic Store. Epic Store, dove trovi le esclusive comprate da Epic a suon di milioni. Epic la buona, Epic la brava. Quelli che fanno Fortnite.

Tralasciando, in tutto questo, il fatto che nessuno ti costringe a sviluppare su iOS. Apple ha creato una piattaforma, chiusa, limitata e inferiore ad Android sotto tanti punti di vista. Ma ha saputo venderla divinamente, ha saputo convincere gli utenti di averne bisogno e l’ha saputa infilare dentro la gola dei consumatori creando una moda che dura da anni. L’utente medio non legge, non si informa e non ha nessun tipo di competenza tecnica. L’utente medio è quello che è contento perché c’ha l’aifon.

Apple ha saputo vendere il suo prodotto, quindi Apple ha tutto il diritto del mondo di stabilire una tassa sulle app presenti nel SUO store. E’ del 30%, potrebbe essere anche dell’80%, poi sta a te scegliere se ti conviene oppure no. Non sei costretto a rilasciare la tua app su iOS, esattamente come molti sviluppatori non rilasciano le proprie app su Google Play, per via dei guadagni inferiori e della pirateria.
Epic Games si sta lamentando di guadagni troppo bassi, ma sapeva perfettamente quali fossero le tassazioni. Tasse che sono esattamente identiche su PlayStation 4, su Xbox One e su Switch, tra l’altro. Su iOS però, per qualche motivo non vanno bene. Quindi accusiamo Apple di aver tradito i propri ideali e di essere monopolista. Gli ideali di Steve Jobs.

Davvero? Gli ideali di Steve Jobs? Think Different? Pensa diversamente, distinguiti, sii diverso dagli altri. In un momento in cui Microsoft dominava con i suoi PC Windows, Apple invitava a tirarsi fuori dalla massa e dalla moda del momento. Beh, Apple è la moda del momento da anni ormai, quindi quel “pensa diversamente” è diventato un “sii come chiunque altro, diventa anche tu una pecora”. Perché forse Steve Jobs ha semplicemente avuto delle intuizioni, e ha cercato di venderle al meglio delle proprie capacità. Esattamente come Bill Gates. Due tizi con una buona cultura che si sono scannati per decidere chi avesse rubato per primo le tecnologie di Xerox. Per lo meno Bill Gates oggi è un filantropo che ha salvato milioni di vite umane.

Apple non ha tradito nessun ideale, perché Apple è solo un’azienda. Nulla di più. Apple voleva vendere i propri prodotti al meglio, ed ha scelto una politica che a quei tempi era sensata. Oggi Apple usa un’altra politica, perché è adatta ai tempi e al mercato. Se poi qualche demente crede davvero che a queste compagnie freghi qualcosa di etica, morale e della salute dei delfini, allora lasciamoli continuare a vivere nel loro piccolo mondo di cioccolato. Qui si parla di miliardi, non del piccolo Jamal che ha 3 anni e che devi adottare a 9,99€ al mese. Del piccolo Jamal non frega niente a nessuno, nemmeno a te che doni con un click per tamponare il tuo senso di colpa.

Quindi ok, Epic Games sfrutta Fortnite per scannarsi con Apple e Google per ridurre le royalty. E’ possibile che da questa storia possa uscire fuori qualcosa di buono per i piccoli sviluppatori indie. Ci vorrà tempo, senza dubbio, e questi signori si scanneranno con tutte le armi a disposizione, che saranno sporche, saranno fetide. Si parlerà di morale e di etica, si inventeranno minchiate di qualunque tipo. Qualsiasi cosa possa servire a spingere una giuria o un giudice dalla tua parte. Non ce n’è coviddi.