Se ci seguite saprete bene che stiamo intraprendendo una crociata contro la censura nei videogiochi. Abbiamo preso particolarmente a cuore la situazione PlayStation 4, dove Sony ha ben pensato di introdurre controlli serratissimi sul fan service. Inutile dire che moltissimi giocatori sono rimasti spiazzati dalla mossa del publisher, ormai di sangue californiano, e soprattutto in Giappone le voci incazzatissime dei consumatori si stanno facendo sentire.
Lo stesso presidente di Sony Japan è dovuto intervenire sull’argomento. All’evento di celebrazione dei progetti di Sony Interactive Entertainment a Tokyo, tenutosi lo scorso 1 dicembre, Atsushi Morita ha affermato che, in sostanza, lo fanno per i bambini. Già. Ecco la sua dichiarazione completa.

“Riguardo alle limitazioni sui contenuti raffigurabili, si tratta di adeguarsi agli standard globali odierni. E sulla libertà di espressione… dobbiamo pensare a cosa potrebbe essere dannoso per i bambini e proteggerli da quegli elementi, cercando comunque un modo per bilanciare il tutto.”

Il cagnolino di John Kodera ha parlato. Ve lo traduciamo per comodità.
“I piani alti, in California, mi hanno ordinato di inventarmi delle scuse da quattro soldi per giustificare la censura e non ammettere che si tratta di una precisa scelta politica da social justice warrior NPC.”
Infatti, analizzandola bene, la dichiarazione di Morita non ha un fottuto senso.

death stranding sony

Death Stranding sarà una delle prossime grandi esclusive per la console ammiraglia di Sony

Primo perché tutti i giochi censurati sono riservati ai maggiorenni sia da PEGI che da ESRB e CERO. Sono dunque titoli maturi, adulti, roba che un genitore normale non dovrebbe mai acquistare ai figli. Secondo, le tette no ma la violenza sì, come dimostrano le scene brutali in The Last of Us. Terzo, di che standard globali stiamo parlando? Quelli della censura NPC made in California? Fino a prova contraria le femministe pazze e i soyboy non hanno ancora depredato la nostra cultura. Qui si parla di una frangia di estremisti della sinistra americana (se sinistra si può definire) e della loro crociata per inquinare gli hobby dei temutissimi maschi bianchi, ovvero fumetti, videogame e giochi da tavolo.

Ora vi diamo giusto un paio di informazioni. Dal primo marzo di quest’anno, Sony non è più una compagnia giapponese. Il suo quartier generale si trova ora a San Mateo in California e a presiedere SIE in America, Giappone e resto dell’Asia è John Kodera. Di giapponese in quella compagnia non è rimasto quasi nulla, tenetelo bene a mente. Ma perché hanno deciso di trasferirsi? Semplice, le console in Asia stanno morendo.

Il mercato del gaming lì frutta oltre 1,5 miliardi di dollari e abbraccia il 4,6% della popolazione. I numeri dicono che i giocatori PC sono circa 92 milioni, quelli mobile 99 milioni e su console? Indovinate. 4 milioni. Sempre più utenti, soprattutto in Giappone, scelgono Switch e Steam, con le statistiche in ripido aumento proprio negli ultimi mesi. Chiaramente smartphone e tablet rimangono in vetta per una semplice questione di logica, d’altronde ognuno di noi ne possiede almeno uno e ci gioca saltuariamente sul cesso o in metro per ammazzare il tempo.

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La stessa Nintendo, storicamente bacchettona, sembra più morbida di Sony nei confronti degli sviluppatori

Ma questo è un altro discorso. Preferiamo concentrarci sul fatto che Sony sta prendendo a calci in culo intere categorie di gamer e sviluppatori. Con questi comportamenti da inquisizione medievale chi dovesse scegliere di pubblicare un titolo su PlayStation 4 o PlayStation 5 sarà inevitabilmente costretto ad auto-censurarsi o comunque ad accumulare ritardi nello sviluppo per rimuovere contenuti e meccaniche ritenuti offensivi, come già accaduto a Marvelous e XSEED con Senran Kagura. Libertà di espressione e creatività? Scordatevelo. Agli NPC non piace quando la gente si diverte.

Così, anziché affidarsi ai sistemi di rating oppure mettere dei paletti sulla base dell’età, arrivano i fasci di luce bianca sui corpi femminili e le rimozioni preventive. È assurdo, ragazzi, sembra davvero di tornare all’anno mille, di vivere nella Cina di Mao e sotto Stalin. Ma questi chi si credono di essere per dirci cosa deve o non deve piacerci? Di prendere decisioni per conto dei consumatori e intaccare il lavoro di artisti da tutto il mondo? A questo punto cambino il motto in censorship awaits, giusto per rimanere coerenti.

Sia chiaro, non consideriamo meno stronzi gli sviluppatori che decideranno di sottostare a queste regole assurde tradendo i fan. Ora più che mai dovrebbero approfittare dell’apertura di Nintendo e Valve, se non di Microsoft, per evitare di soccombere alla mediocrità scaturita dalla censura. Anche perché, pensateci, non ha senso pubblicare un gioco per adulti censurato. È come vendere uno smartphone senza touchscreen. Semplicemente idiota.

battlefield v 5 sony

Sony dovrebbe imparare qualcosa dagli sbagli altrui

Dovete sapere che un tempo anche noi eravamo fan di Sony. A quel tempo le esclusive giapponesi fioccavano, non c’erano limiti imposti agli sviluppatori né interferenze della politica. Oggi, il publisher ha cambiato casacca, nazionalità e si è convertito al politicamente corretto lasciando una enorme voragine dentro di noi. Non passerà tanto dal lancio di titoli online e mobile con le micro transazioni, in stile Diablo Immortal. E se le esclusive più attese diventano roba come Days Gone, beh, c’è da farsi qualche domanda. Voi statene certi: la prossima generazione di console dimostrerà che lanciare merda sugli utenti è sempre un errore madornale.

Come nel caso EA/DICE, che all’evento di lancio di Battlefield V hanno esposto un’immagine con su scritto #everyonesbattlefield e alcuni commenti sgrammaticati lasciati sotto il trailer dai giocatori. Sì, signori, si permettono anche di prenderci in giro facendoci passare per quelli cattivi, sessisti, razzisti e blablabla. Non hanno imparato proprio nulla. Si vede che il 63% di vendite in meno rispetto a Battlefield 1 e il gioco scontato a 35€ dopo appena una settimana non sono abbastanza per loro. Un masochismo invidiabile, non c’è che dire.