Posata l’ultima delle casse, l’uomo si stirò la schiena, mani sui fianchi, sbuffando. Diede un ulteriore sguardo al panorama. L’isola su cui si trovava era piccola, spoglia di alberi ma ricca di bassa vegetazione. Il porticciolo pareva abbandonato da tempo. Avrebbe necessitato di manutenzione, ma del resto a chi poteva interessare? Si trattava solo di un isolotto oramai disabitato.

Il faro di avvistamento, in lontananza, era funzionante ma in passato non era stato sufficiente ad evitare che alcune imbarcazioni, compresa una nave da carico, non si arenassero nei bassi fondali o addirittura sulle spiagge dell’isola. Non che all’uomo interessasse molto il futuro di quel luogo, aveva svolto il suo lavoro, nulla di più.
Si stava facendo tardi, la luce, già tenue a causa del cielo coperto, stava cedendo il posto all’oscurità, doveva affrettarsi a rientrare. Dirigendosi verso la propria imbarcazione, rilesse una delle etichette su di una cassa: vernice fluorescente. Proprio non capiva a chi, o a quale scopo, servisse quella roba…

Dear Esther – Recensione

Mettiamo subito in chiaro che non si tratta di un videogioco. Dear Esther è un racconto multimediale. In un ambiente 3D, composto da varie locazioni, la trama si spiega gradualmente. Suoni d’ambiente, musiche non persistenti ma utili a creare enfasi in particolari momenti, giochi di luce e contrasti di colori. Non vi è alcuna azione da compiere eccetto camminare, nessun menù, nessuna interazione.

Lo scopo è quello di esplorare l’isola, attivando le parti narrative raggiungendo determinate aree. L’inglese è di un livello insolitamente alto, se paragonato alla comoda piattezza della gran parte delle produzioni in circolazione. L’interpretazione vocale è di qualità, molto espressiva e ben recitata. L’argomento trattato è del resto complesso, coraggiosamente affrontato e ben gestito.

Cominciando lentamente, senza nessuna informazione riguardo a cosa fare e perché ci si trova là, la storia si fa via via più drammatica, pur lasciando molto all’immaginazione. Sta al lettore il compito di capire e distinguere le varie situazioni narrate, non si viene mai imboccati, spinti da abbondanti particolari o frasi rivelatrici ad effetto.
Al contrario, la storia è in lento ma continuo divenire. I testi e le narrazioni sono collegati da momenti musicali, peraltro eccellenti nel creare atmosfera e aspettativa tramite vocalizzi, parti di piano e di violoncello, che ci traghettano durante l’esplorazione. Pur non essendo enorme, l’isola e molto ben concepita e disegnata. Suddivisa in cinque parti, con esterni, abitazioni e grotte, la qualità delle immagini è eccellente, a tratti spettacolare.

Conclusioni
Non c’è molto altro da dire riguardo al “gioco” Dear Esther, non essendo possibile alcuna azione interattiva e la mancanza di un gameplay da descrivere. Si può parlare invece di quello che rappresenta e del risultato ottenuto. Dear Esther è una sfida, a mio parere vinta, da parte degli autori. Dimostrare di poter utilizzare la tecnologia dei videogiochi per raccontare in modo originale una storia. Pur essendo tecnicamente eccellente, il titolo punta sulle sensazioni, cercando e ottenendo empatia. Un lavoro ben fatto, una storia breve ma coinvolgente. Se siete in vena di esperimenti o siete in cerca di emozioni diverse dal raggiungere il millesimo “achievement”. Se non temete di affrontare argomenti non banali ma veri, intimi, che vi faranno riflettere per un paio d’ore, dovete provare, leggere, vivere Dear Esther. Poi potrete tornare a nascondervi sotto qualche cespuglio o dentro a un tombino, cecchinando e tirando bombe a caso in un qualunque FPS.
+ Design eccellente
+ Vero Multimedia: grafica, suoni, musiche e testi fusi nella trama
– Opera dedicata ad un pubblico purtroppo molto ristretto
– Richiede una conoscenza eccellente della lingua inglese

Valutazione 8.5/10

Metascore 75/100
Dear Esther | Steam | 6.99€