Oggi parliamo della morte dei videogiochi tripla A. In realtà, se avessimo bevuto uno shot per tutte le volte che qualcuno nell’industria videoludica ha annunciato la morte di qualcosa, saremmo già da tempo in coma farmacologico. Prima il PC, poi le console, in seguito i giochi single player e via dicendo, salvo poi ignorare decessi o agonie avvenuti realmente. Gli unici commentatori a centrare il punto sono perlopiù degli ex-sviluppatori, che ormai disillusi circa lo stato dell’industria si esprimono sui social in commenti e analisi dal retrogusto amarissimo.

Recentemente ne abbiamo sentiti due, ovvero Mark Kern e David Jaffe. Il primo, producer di Diablo 2 e Starcraft, se l’è presa con Blizzard a seguito della debacle di Diablo Immortal. Ha svelato i retroscena sulla compagnia, sempre più nel caos e a rischio inglobamento irreversibile da parte di Activision. Il secondo, a sua volta producer e game director di Twisted Metal e God of War 1 e 2, ha messo in campo un’argomentazione altrettanto interessante.

Mettendo a confronto una manciata di sezioni praticamente identiche nel primo e nel quarto capitolo di Uncharted, Jaffe ha posto l’accento sulla mancanza di coraggio e creatività nel mondo dei videogiochi tripla A odierni che secondo lui, miglioramenti grafici a parte, non avrebbero quasi più nulla di nuovo da offrire. Dal suo punto di vista, quello di un giocatore e sviluppatore di lunga data, le ultime uscite mainstream sembrerebbero prodotte con lo stampino.

Diablo immortal tripla a

Diablo Immortal e la spinta verso i tripla A mobile

Un parere pungente e per molti controverso sebbene sostanzialmente vicino al vero. Chiaramente, più che confrontare due Uncharted, avrebbe fatto meglio a portare gli esempi di Call of Duty, Battlefield, Destiny, Far Cry e Assassin’s Creed che dir si voglia aprendo un dibattito di ampio respiro. Vedendo quanto poco publisher come Ubisoft, Activision, EA e compagnia innovino annualmente, di domande da porsi ce n’è a bizzeffe. Detto ciò, comunque, Jaffe ha ragione solo in parte. A star “morendo” non sono tutti i tripla A ma nello specifico quelli prodotti in Occidente.

Ora, ragazzi, fermatevi un attimo a riflettere con noi. Qual è stato l’ultimo gioco occidentale in ordine cronologico a lasciarvi dentro qualcosa? E intendiamo qualcosa di forte, tanto da farvelo considerare un capolavoro irripetibile. God of War? Overwatch? Uncharted 4? Red Dead Redemption 2? Nel nostro caso dobbiamo tornare indietro addirittura al 2015, anno di rilascio di The Witcher 3. Impossibile negare che la cosa sia un attimo deprimente.

Tripla A: occidente e oriente a confronto

Ma prendiamo ad esame lo scorso anno videoludico. Di seguito le principali hit occidentali uscite su PC e console, iterazioni annuali, DLC, remaster e remake esclusi. Halo Wars 2, Horizon Zero Dawn, Ghost Recon Wildlands, Mass Effect Andromeda, Prey, Injustice 2, Destiny 2, L’Ombra della Guerra, South Park Scontri Di-Retti, Assassin’s Creed Origins, Wolfenstein 2, Battlefront 2 e For Honor. Non sono pochi ma di questi 13 se ne salvano al massimo 4, per quanto ci riguarda. Di giochi epocali, in ogni caso, neanche l’ombra.

Prendiamo invece le release giapponesi, sempre dello stesso anno. Breath of the Wild, Nier Automata, Persona 5, Fire Emblem Echoes, Tekken 7, Splatoon 2, Yakuza 0, The Evil Within 2, Super Mario Odyssey, Pokémon Ultrasole e Ultraluna, Xenoblade Chronicles 2, Gravity Rush 2, Resident Evil 7, Tales of Berseria e Nioh. Non crediamo ci sia molto da discutere, i nomi parlano da sé. E d’altronde è stato uno degli anni più prolifici per il gaming giapponese, con PS4 e Switch principali beneficiarie del boom.

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Il Giappone ha sfornato dei tripla A straordinari nel 2017

Procediamo con le uscite dell’anno corrente. In campo occidentale vediamo Sea of Thieves, Far Cry 5, God of War, State of Decay 2, Detroit, The Crew 2, Spider-Man, Shadow of the Tomb Raider, Forza Horizon 4, Assassin’s Creed Odyssey, Battlefield V, Gwent & Thronebreaker, Red Dead Redemption 2, Hitman 2, Fallout 76, Artifact e Just Cause 4. Il numero sale rispetto al 2017 ma anche qui di originalità e qualità stellare, esclusi un paio di titoli, non se ne vede granché.

Versante Giappone. Dragon Ball FighterZ, Monster Hunter World, Dissidia Final Fantasy NT, Sword Art Online Fatal Bullet, Fist of the North Star: Lost Paradise, Kirby Star Allies, Valkyria Chronicles 4, Ni No Kuni 2, Yakuza 6, Octopath Traveler, Dragon Quest XI, Mega Man 11, Super Mario Party, Soulcalibur 6, Pokémon Let’s Go e Super Smash Bros. Ultimate. Game of the year secondo me? Yakuza 6. Stavolta la decisione è stata meno ovvia rispetto agli anni precedenti, anche grazie agli ottimi God of War e Red Dead Redemption 2. Tuttavia, il bagaglio di emozioni regalatoci dai titoli giapponesi, Yakuza su tutti, è rimasto inarrivabile.

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Perché? In fondo si trattava pur sempre di un’iterazione, di un titolo dalla formula rodata e familiare. Semplicemente ci ha saputi coinvolgere e divertire di più. Ha dimostrato di avere un’anima, a differenza di tanti altri titoli odierni. Per capire bene di cosa stiamo parlando bisogna prima porsi una domanda. Cosa rende un videogame davvero speciale? Grafica, interfaccia, gameplay, storia, personaggi, lore o la sensazione di non voler più smettere di giocarci?

La povertà ideologica del tripla A occidentale

Quest’ultima sembra essere l’ingrediente magico di cui le recenti produzioni occidentali sono prive. Procedono all’insegna della linearità, delle abitudini e del target demografico da raggiungere. Le attrattive principali sono comparto tecnico e dimensione delle mappe, il resto passa in secondo piano. Open world enormi e “cinematici” pieni zeppi di nulla, ovvero contenuti insignificanti e ripetitivi conditi da un supporto narrativo spesso blando e sommerso dai cliché.

E pur essendo graficamente belli, o meglio, realistici, mancano di carattere. Chi li realizza non dà sfogo alla sua creatività, all’immaginazione, ma copia e incolla nel dettaglio ciò che lo circonda per mettere in risalto la potenza di una macchina. Ricordate quando feeling e atmosfera di un gioco venivano trasmessi da una manciata di pixel e tracce a 16bit? Dimenticate quei tempi. Se mo non c’hai le texture in quattro cappa non sei nessuno.

La povertà ideologica si rispecchia anche nella mancanza di personaggi e storie memorabili. Sarà un caso se le icone videoludiche sono rimaste le stesse di 40 anni fa? Se remake e remaster dominano il mercato e versioni mini delle vecchie console vanno a ruba online? Persino serie storiche come Tomb Raider, Mass Effect e Halo perdono progressivamente smalto. No bueno, signori.

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Halo è uno dei tripla A in decadenza degli ultimi anni

Meno spazio ai geni del design come Kojima, Taro e Kamiya. Largo agli schiavetti del publisher di turno, relegati a mettere la spunta sulle caselle affidategli dai robot in giacca e cravatta che guadagnano miliardi di euro all’anno senza muovere un dito. E via di character design politicamente corretto in modo che nessuno si senta offeso, di graficoni pompati, di storie banali e digeribili da chiunque, di meccaniche ripetute allo sfinimento e micro transazioni.

Eppure vendono. Non prendersi rischi assicura le solite vendite dal solito pubblico che ogni anno ingoia FIFA e CoD come fossero caramelle. Prodotti studiati per le masse, non per dar vita all’estro di menti geniali, fantasiose e appassionate. Fanculo la creatività, l’industria vuole soldi. E non giusto un po’ di soldi, ma tutti quelli possibili e immaginabili. Ecco spiegata la nascita dei live service, progettati per assuefarci all’esborso continuativo.

Esistono le eccezioni alla regola, e Nintendo insegna, ma si tratta purtroppo di casi ormai isolati. Parliamoci chiaro: oggi la maggioranza dei grandi publisher da tripla A ritiene necessario dare priorità al guadagno anziché alla qualità del prodotto. Palese l’esempio di Fallout 76, un abominio rigurgitato fuori giusto per raggranellare qualche spicciolo ai danni dei fan, che insieme a Battlefield V è stato scontato a metà prezzo una settimana dopo il lancio.

Persino quando il game design è valido l’avarizia dei publisher riesce a rovinare tutto. Vediamo Assassin’s Creed Odyssey, Black Ops 4, Battlefront 2, L’Ombra della Guerra e tanti altri, capaci di gettare alle ortiche un validissimo potenziale prediligendo le carognate ai danni di chi ha già sborsato 70€ per il gioco base e altri 50 per eventuali season pass. È una vergogna osservare il calendario delle uscite e segnare delle X rosse ovunque per colpa di una monetizzazione extra andata fuori controllo.

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Tripla A come Assassin’s Creed Odyssey subiscono la pessima gestione dei publisher

Per non parlare poi dei titoli al cui interno vengono infilati femminismo e politica. Sapete bene cosa ne pensiamo e quanto diano fastidio le censure alla libertà creativa dei designer. Per quanto ci riguarda consideriamo irrimediabilmente compromesso qualsiasi sviluppatore o publisher decida di intraprendere quella strada. Per certi versi è anche più irrispettoso verso i consumatori di propinargli acquisti in app, e purtroppo il numero di attivisti nelle software house occidentali sta crescendo con costanza.

E quindi quale sarebbe la morale della favola? Beh, che i tripla A non giapponesi stiano lentamente morendo è indubbio. Se non a livello economico almeno a livello morale e qualitativo. Esiste il rischio che il Sol Levante venga contagiato, sebbene in parte, dal virus. Capcom e le micro transazioni all’interno di Devil May Cry 5 ne sono un preoccupante esempio. Poi c’è Sony che censura il fanservice nipponico come se non ci fosse un domani e FromSoftware che si rivolge ad Activision per la pubblicazione di Sekiro. Brividi.

Se abbiamo una certezza è che le certezze, nel mondo dei videogiochi, sono in via d’estinzione. Se anche i colossi del gaming giapponese cederanno alla coprofagia culturale imperante, di ragioni per continuare a giocare non ne avremo veramente più, mosche bianche come CD Projekt a parte.