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Perché è difficile concentrarsi sui videogiochi oggi

C’è una scena comune: si avvia un gioco nuovo, atteso da settimane, parte l’entusiasmo e poi l’attenzione cala senza un motivo evidente. Si controlla il telefono, si apre il menù più volte del necessario, si gira il personaggio a vuoto. In quei secondi nasce una domanda: perché è così difficile concentrarsi sui videogiochi come una volta?

Nel video qui sopra approfondiamo con esempi pratici memoria di lavoro, fatica decisionale e reward prediction error, con consigli per ritrovare concentrazione.

La risposta non è l’età e non è nemmeno un’accusa ai videogiochi moderni. Nel 2025 il sistema attentivo vive in condizioni diverse rispetto a dieci anni fa, e molti cali di concentrazione si spiegano bene con psicologia cognitiva e interazione uomo-macchina.

Complessità, memoria di lavoro e fatica decisionale

L’idea che il cervello non regga più giochi complessi è fuorviante. Strategici, gestionali, JRPG e titoli pieni di numeri funzionano ancora benissimo quando la complessità è organizzata. Il problema tipico non è la quantità di informazioni, ma la loro simultaneità confusa.
La memoria di lavoro gestisce poche unità alla volta. Il cervello può però “compattare” i dati in blocchi coerenti, tramite chunking: molte unità diventano un fronte, vari edifici diventano una città, più schermate diventano un ciclo. Se invece un’interfaccia scarica insieme icone, pop-up, obiettivi, notifiche e sistemi paralleli senza priorità, si crea un ingorgo. E davanti a un ingorgo l’attenzione tende a cedere.

Un secondo fattore è la fatica decisionale. Non affatica il numero di scelte in sé, ma l’assenza di gerarchie. Open world e live service spesso offrono missioni, eventi, crafting, collezionabili e ricompense laterali con lo stesso peso percepito. Sulla carta è ricchezza; nella pratica, senza una direzione chiara, molte opzioni diventano stallo. Lo stallo spinge verso comportamenti di fuga: menù, mappa, telefono.

Dopamina: il problema è la prevedibilità

La dopamina viene spesso semplificata male. Il sistema dopaminico risponde soprattutto alla differenza tra ciò che ci si aspetta e ciò che si ottiene (reward prediction error). Se il risultato è identico al previsto, l’attivazione cala. Per questo la prevedibilità è un nemico della concentrazione: un loop sempre uguale perde valore di segnale. Alcuni live service tengono alta l’attenzione perché modulano la variabilità della ricompensa. Quando invece un tripla A diventa leggibile e ripetitivo dopo poche ore, l’interesse scende anche se la qualità tecnica resta alta.

Il punto più profondo riguarda l’ecosistema: micro-stimoli continui, feed infiniti, clip brevissime, notifiche. Questo sposta la baseline attentiva verso ritmi più rapidi e gratificazioni più immediate. Un videogioco, che spesso richiede buildup e progressione, può venire percepito come lento anche quando non lo è. Lo stesso fenomeno si nota nei film: sempre più spesso lo schermo principale compete con lo smartphone.

C’è poi un fattore pratico: la stanchezza cognitiva. Dopo lavoro, messaggi, multitasking e continui switch di contesto, la corteccia prefrontale (attenzione, decisioni, regolazione) arriva “consumata”. In quel momento anche un gioco diventa un compito, non un riposo. Non manca la voglia: mancano risorse.

Cosa fare in pratica per ridurre la dispersione

Alcune contromisure funzionano perché riducono simultaneità e decisioni inutili:

  • Sessioni con un obiettivo unico, evitando la lista infinita di attività.
  • Telefono fuori portata per 30–45 minuti, per ridurre i micro-interrupt.
  • HUD più pulito, disattivando indicatori ridondanti quando possibile.
  • Un rituale breve di ingresso (controlli, audio, obiettivo) per dare direzione.
  • Sessioni più corte ma frequenti, chiudendo prima del crollo attentivo.

Il calo di attenzione nei videogiochi moderni non dimostra peggioramento personale. Spesso è la somma di simultaneità incoerente, scelte senza priorità, ricompense prevedibili e una mente che arriva sovraccarica. Leggerlo così aiuta a trattarlo come un problema di ritmo e contesto, non come mancanza di passione.

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