Bungie sta mandando Destiny 2 in pensione senza avere un rimpiazzo. Ed è grave.
Il 9 giugno arriverà l’ultimo aggiornamento di Destiny 2. Il gioco resterà online, i server non spariscono domani mattina e nessun colpo di spugna cancellerà tutto quello che resta. Bungie parla di “nuovo inizio”, di giochi da incubare, di futuro dello studio. Benissimo. Detta senza zucchero, però, Destiny 2 entra in modalità mantenimento. Si può ancora giocare, ma il percorso vero è finito. Siamo al capolinea.
E il futuro qual è? Il presente qual è? Il presente è Marathon che va decisamente male rispetto a quello che avrebbe dovuto rappresentare, Sony che ha già dovuto svalutare Bungie, e Bloomberg, tramite Jason Schreier, che ora parla di licenziamenti significativi in arrivo. La parte più allegra, si fa per dire, è che Destiny 3 non sarebbe in produzione attiva e che il team di Destiny 2 non avrebbe già un nuovo progetto approvato su cui spostarsi.
Quindi no, non stiamo guardando un passaggio ordinato da un gioco vecchio a un gioco nuovo. Qui siamo davanti a uno studio che chiude il motore storico che lo ha trainato dal 2014 e che, al momento, non ha per le mani un vero sostituto. Ha Marathon, certo. Che però non sembra esattamente la nuova cassaforte capace di pagare tutto il resto.
Destiny 2 doveva finire, ma non così
La fine dei lavori su Destiny 2, presa da sola, non dovrebbe nemmeno sorprendere troppo. La community è stanca, Bungie ha spremuto quel gioco per anni, spesso oltre il limite della decenza, tra contenuti veri, filler, grind, Eververse, stagioni che sembravano compiti settimanali e un PvP gentilmente lasciato a marcire mentre altrove.
Prima o poi Destiny 2 doveva fermarsi. Anzi, in teoria poteva anche essere una buona notizia. Chiudi un ciclo, pulisci il tavolo, riparti con un progetto nuovo, magari più sano, meno gonfio, meno pieno di roba accumulata in dodici anni di compromessi. Il problema è cosa c’è dall’altra parte del tavolo.
A sentire il report rilanciato da GameSpot, citando Bloomberg, Destiny 3 non è in produzione attiva. Alcuni dipendenti starebbero proponendo e prototipando idee, anche legate a Destiny, ma nessun progetto sarebbe stato approvato per entrare davvero in produzione. Schreier ha aggiunto anche che Bungie non avrebbe avviato subito Destiny 3 dopo The Final Shape per una ragione molto semplice: i costi. I sogni costano, e a quanto pare Sony non sembra più nella fase “tenete pure altri 300 milioni e fateci sapere quando avete finito”.
Nel comunicato ufficiale Bungie parla di nuovi giochi da incubare. Parola elegante, molto bella nelle slide. Nella pratica significa idee, pitch, prototipi, riunioni, approvazioni e tutta quella trafila che può diventare qualcosa tra anni oppure niente. Dettaglio noioso ma fondamentale: mentre queste cose vengono incubate, le persone mangiano oggi e vanno pagate oggi. Non nel 2030, quando forse un progetto avrà finalmente una forma vendibile.
Marathon doveva salvare il passaggio. Invece chiede soccorso
Qui in teoria entrava Marathon. Il nuovo grande live service di Bungie, la prova che Sony non aveva speso 3,6 miliardi solo per comprare uno studio già in crisi e farsi spiegare come funzionano i giochi servizio da chi ora sembra avere bisogno di un corso di recupero.
Secondo Alinea Analytics, Marathon avrebbe venduto circa 1,2 milioni di copie, generando 55 milioni di dollari lordi. Steam peserebbe quasi il 70% delle vendite. Sono numeri dignitosi per un gioco normale, ma Marathon non era un gioco normale. Era il nuovo pilastro Bungie, il progetto che doveva dimostrare che lo studio aveva ancora un futuro oltre Destiny.
E non è andata proprio secondo i piani.
Marathon si porta dietro tutti i problemi che conosciamo: impostazione hardcore, PvP pesante, onboarding difficile, UI poco chiara, endgame da dimostrare, direzione artistica molto forte ma divisiva, e poi tutto il casino attorno al nome Bungie, compresa la questione degli asset copiati che non ha aiutato nessuno. All’atto pratico, Marathon non sta salvando Bungie. È Marathon che oggi deve essere salvato.
Bungie infatti parla già di modalità PvE, PvP-lite, progressione da rendere più umana, matchmaking, UX, nuovi punti d’ingresso. Traduzione: sei anni di lavoro non sono bastati a costruire un’identità capace di convincere abbastanza pubblico al lancio, quindi adesso si prova a correggere il tiro mentre il gioco è già fuori e i numeri stanno già raccontando la loro versione.
Il problema non sono gli sviluppatori, è la testa del progetto
Bungie sa ancora fare armi, shooting, atmosfera, mondi, identità visiva. Il talento tecnico non è sparito. Lo ripetiamo dai tempi di Destiny 1: il problema non è che dentro Bungie lavorino persone incapaci. Il problema è la testa del progetto.
Qualcuno, ai piani alti, ha pensato che dopo dodici anni di Destiny fosse una grande idea presentarsi con un extraction shooter duro, punitivo, molto PvP, poco immediato e con una soglia d’ingresso alta. Una scelta possibile, per carità. Ma se dietro hai Sony, un’acquisizione enorme, un team enorme e un live service storico che sta andando in pensione, forse serviva qualcosa di un pochino più sicuro. O quantomeno sviluppato con maggiore senso del momento.
Sony intanto ha registrato una svalutazione legata a Bungie da circa 766 milioni di dollari. Tecnicamente non significa che Marathon abbia bruciato da solo quella cifra in contanti, ma che Sony ha dovuto ammettere che Bungie vale meno di quanto pensava. Dopo averla comprata per 3,6 miliardi, non è esattamente un dettaglio simpatico.
A quel punto qualcuno può davvero sorprendersi per i licenziamenti? Sono il seguito normale, brutto, ma abbastanza prevedibile di una situazione già scritta nei numeri. Destiny 2 va in mantenimento. Destiny 3 non è in produzione attiva. Marathon non fa abbastanza. Sony vuole fare l’azienda evitando di diventare una onlus. Taglia, riduce costi e prova a salvare il salvabile.
Destiny 3 resta la tentazione più ovvia, ma anche la più pericolosa
Oggi Destiny resta il marchio più forte che Bungie possiede, e quindi anche quello più naturale da tirare fuori quando tutto il resto traballa. Se devi ripartire, la tentazione è ovvia: torni al nome conosciuto, alla community storica, al gioco che tutti odiano abbastanza da continuare a parlarne.
Il problema è che un eventuale Destiny 3 non nascerebbe più nel mondo di Destiny 2 al suo picco. Nascerebbe dopo tagli, svalutazione, Marathon sotto le aspettative e una Sony molto meno disponibile a finanziare sogni enormi solo perché sopra c’è scritto Bungie. Non sarebbe “Destiny 2 ma più grosso”. Quella fase sembra finita.
Se un giorno Destiny 3 arriverà, dovrà probabilmente più controllato, con un budget più difendibile e una promessa meno delirante. Perché sbagliare Marathon è grave. Sbagliare anche il ritorno di Destiny sarebbe un’altra cosa. Vorrebbe dire colpire l’unico marchio che ha tenuto in piedi Bungie per più di un decennio.
Sony ha comprato Bungie per ridurre il rischio live service. Oggi si ritrova quel rischio in casa, mentre Concord è già diventato un disastro da libro di storia del gaming, diversi progetti live service sono stati cancellati o ridimensionati e Helldivers 2 ha dimostrato, paradossalmente, che il modello può funzionare anche senza gli espertoni di Bungie, se l’idea è chiara, solida e il prezzo non sembra una rapina.
La fine di Destiny 2, letta insieme ai licenziamenti in arrivo e all’assenza di Destiny 3 in produzione attiva, non sembra una transizione. Sembra un vuoto.

