Stop Killing Games bocciata, Guillemot ringrazia

1.294.188 firme verificate non sono bastate alla Commissione Europea per proporre una legge che obblighi i publisher a lasciare giocabili i videogiochi dopo la fine del supporto commerciale. La risposta all’iniziativa Stop Destroying Videogames, il braccio europeo di Stop Killing Games, è arrivata il 16 giugno: niente obbligo legale, almeno per ora. Al suo posto, un codice di condotta da costruire con industria e rappresentanti dei consumatori entro fine 2026. Tradotto: grazie per le firme, però per il momento ci sediamo a un tavolo e ne parliamo. Molto europeo, nel senso più stanco possibile.

La Commissione sostiene di non poter proporre, in questa fase, un obbligo per mantenere giocabili i videogiochi quando smettono di essere forniti commercialmente, richiamando copyright e proprietà intellettuale. È la classica risposta che all’atto pratico lascia i giocatori nello stesso punto di prima: se compri un gioco dipendente da server esterni e il publisher decide di spegnerlo, il tuo acquisto può diventare un pezzo di arredamento digitale.

The Crew resta il cadavere al centro della stanza. Ubisoft lo ha venduto, lo ha dismesso, ha spento i server e il gioco è diventato ingiocabile anche per chi lo aveva comprato. Da lì è partita una battaglia molto più grande del singolo racing game: cosa stiamo comprando davvero quando compriamo un videogioco digitale? Un prodotto? Una licenza? Un accesso temporaneo mascherato da acquisto?

La risposta europea non chiude completamente la questione. Invece di proporre una norma chiara, rimanda a un confronto tra industria e consumatori per scrivere un codice di condotta sull’end of life dei videogiochi. E qui il problema è molto semplice: i publisher hanno già dimostrato che, se il mantenimento di un gioco non conviene più, il costo viene scaricato sul pubblico. Hai pagato? Pazienza. Il servizio finisce e il prodotto sparisce. Magari ti avevano scritto in piccolo che l’accesso poteva essere revocato. Cavoli toi e gg.

Stop Killing Games non chiede che ogni publisher mantenga server attivi per sempre, con tecnici chiusi in cantina a sorvegliare MMO morti da quindici anni. La richiesta è più concreta: quando un gioco viene venduto al pubblico, dovrebbe esistere un piano di fine vita che non trasformi automaticamente il prodotto in spazzatura. Offline mode, server privati, build funzionante, qualche soluzione minima. Non paradiso socialista del videogioco eterno, solo decenza tecnica e commerciale.

Yves Guillemot

Passiamo alla parte che fa incazzare di più. Stop Killing Games ha accusato Ubisoft di aver partecipato, con Yves Guillemot, a un incontro “invitation-only” con la Commissione Europea, ospitato da Video Games Europe, circa due settimane prima della risposta ufficiale all’iniziativa. Stop Killing Games, cioè la parte che aveva raccolto oltre un milione di firme e portato il tema davanti alle istituzioni, non sarebbe stata invitata.
Non sappiamo cosa sia stato detto in quella stanza, non abbiamo la mano di Guillemot che firma “bocciate questa roba, per favore”. Però fingere che sia un dettaglio marginale sarebbe ridicolo.

Ubisoft è l’azienda il cui shutdown di The Crew ha fatto esplodere la campagna. Ubisoft è sotto pressione legale e reputazionale proprio su quel caso. Ubisoft ha tutto l’interesse a evitare che l’Unione Europea trasformi Stop Killing Games in un precedente normativo pesante per l’intera industria. E il CEO di Ubisoft, poco prima della risposta della Commissione, si sarebbe seduto a un tavolo chiuso organizzato da un’associazione di settore.

Realisticamente, quella non è una visita di cortesia. È pressione e lobbying, se vogliamo usare la parola elegante. Non necessariamente illegale, ma politicamente chiarissimo: l’industria entra nella stanza, spiega perché una norma vincolante sarebbe un problema, e il fronte consumatori resta fuori. Poi la Commissione arriva con il codice di condotta volontario. Siamo tutti sorpresi, no?

La narrazione dell’industria va smontata

I publisher hanno sempre una risposta pronta: supportare i giochi per sempre non è sostenibile. Ed è vero. Solo che Stop Killing Games non sta chiedendo supporto eterno. Ma anche una forma minima giocabile, per l’industria costa. Richiede pianificazione, build di fine vita, magari rinunce su DRM e controllo. Per i giocatori, invece, è la differenza tra possedere qualcosa e affittarla.

Ross Scott, fondatore di Stop Killing Games, non interpreta la decisione della Commissione come una sconfitta definitiva. Anzi, secondo GamesRadar, Scott aveva previsto il rischio di una risposta del genere e ora guarda al Parlamento Europeo e al Digital Fairness Act come strada alternativa. Essenziamente la Commissione non è più l’unico arbitro. La Commissione ha scelto quindi di non fare il passo forte, ma il tema ormai è entrato nell’agenda pubblica. E questa è la cosa che i publisher dovrebbero temere davvero: non una petizione di nicchia, ma un cambio di percezione. I giocatori iniziano a capire che “digitale” non significa comodo e moderno per forza. A volte significa revocabile.

Il conto, come sempre, arriva al giocatore

Questa storia non riguarda solo Ubisoft. Ubisoft ha acceso il fiammifero, ma il problema è dell’intera industria del gaming. Il mercato ha normalizzato giochi sempre connessi, licenze poco chiare, server obbligatori, DRM, contenuti stagionali e prodotti costruiti per dipendere da infrastrutture controllate dal publisher. Finché tutto funziona, sembra progresso. Quando il supporto finisce, scopri quanto poco controllo hai su quello che hai pagato.

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