Sony torna sui social, ma ignora il casino dei dischi PlayStation

Sony è rimasta in silenzio per circa sei giorni dopo l’annuncio più pesante degli ultimi anni per il mercato console, poi è tornata sui social per promuovere un arcade stick. Bei momenti. Non una spiegazione sul futuro del fisico, un chiarimento per negozi, collezionisti, publisher, o magari anche una semplice risposta al delirio che ha travolto la rete, da Tiktok a YouTube, da Reddit a NeoGAF, passando nel frattempo anche per la TV nazionale di una serie di nazioni. Ha invece ritenuto più opportuno fare un post su FlexStrike, il fight stick wireless per PS5 e PC. Una questione di priorità.

La decisione ormai è nota: da gennaio 2028 Sony smetterà di produrre dischi fisici per i nuovi giochi PlayStation. I titoli continueranno a essere venduti sul PlayStation Store e presso i retailer, ma in formato digitale. Tradotto: i negozi resteranno coinvolti, le scatole potranno ancora esistere, le Collector’s Edition continueranno a fare il loro lavoro, ma dentro ci mettiamo un allegrissimo codice di attivazione, perché il disco è ovviamente uno strumento troppo pericoloso che è opportuno eliminare per proteggerci dal riscaldamento globale. E dalle guerre. Probabilmente anche dalla ritenzione idrica.

Chiaro qui che il problema è tornare a comunicare come se nulla fosse successo, dopo aver acceso un polverone enorme su proprietà, usato, retail e preservazione di un medium che a questo punto sembrano tutti voler uccidere. Tutti quelli che guadagnano qualcosa, ovviamente. Non quelli che effettivamente lo amano. Non i giocatori, e nemmeno gli addetti ai lavori, con il buon Hideo Kojima, id Software e tanti altri a metterci la faccia e scagliarsi contro le decisioni di Sony. Un silenzio, da parte di Sony, che puzza di menefreghismo, ma che con ogni probabilità è solo il riflesso di una totale incapacità di gestire la comunicazione con i propri utenti. Quindi si fischietta facendo finta che non sia successo nulla, tanto il polverone a un certo punto finirà. No?

Sony parla quando deve vendere

Sony ha incorniciato il taglio dei dischi come adattamento alle preferenze del pubblico, una loro volontà di andare incontro ai desideri dei giocatori. Il digitale cresce, il mercato si è spostato, e se il mercato si sposta vuol dire che si sposta TUTTO. Non sono una parte dei giocatori, sono tutti i giocatori del mondo. I dati lo dimostrano, no? Il nostro Raiden di PlayerInside ha parlato della questione in modo approfondito, riportando i dati (forse incompleti) riguardanti un leak di informazioni di qualche anno fa, secondo cui il digitale sarebbe sì importante, ma molto lontano dai numeri riportati da Sony in maniera molto falsata. Quella ripartizione “80% 20%” esiste solo se si prendono in considerazione i giochi che escono solo in formato digitale, il che elimina di fatto la sensatezza della proporzione.

Ma anche assumendo che quanto detto da Sony sia vero (non lo è), tra “molti giocatori comprano digitale” e “dal 2028 il disco non sarà più un’opzione” c’è una differenza enorme. Cosa succede ai retailer? Come verranno gestite le edizioni in scatola? Ci sarà una soluzione per le librerie fisiche su PS6? I publisher avranno strumenti chiari per organizzare lanci, Collector’s Edition e distribuzione regionale? I mercati meno digitalizzati verranno trattati come Stati Uniti, Giappone ed Unione Europea?

Invece prima il silenzio, poi la normale programmazione promozionale. Ovviamente i commenti al post non hanno parlato dello stick. Sono stati piuttosto un generale dito medio alzato e una difesa sistematica dei supporti fisici. Hanno chiesto il ritorno dei dischi, hanno preso in giro lo slogan “Play Has No Limits”, hanno riempito le risposte di meme e critiche. Con questo primo post dopo 6 giorni di silenzio, Sony prova a rientrare nella conversazione dalla porta sbagliata. E si prende, giustamente, una pioggia di insulti.

Indiscrezioni dall’India

Secondo una fonte interna a Sony ma rimasta anonima, alcune divisioni Sony in India avrebbero scoperto il cambio di strategia sui dischi insieme al pubblico. La stessa fonte sostiene che fossero in corso contatti per partner industriali e la costruzione di fabbriche legate alla produzione fisica, poi bloccati dopo l’annuncio. Non è una conferma ufficiale ma, se anche solo una parte fosse vera, sarebbe una figura gravissima. Non parliamo di un tweet gestito male, ma di una società globale che prende una decisione strutturale sulla distribuzione e non riesce a informare in anticipo alcune aree interne coinvolte nel lavoro operativo.

L’India non è un Paese esattamente trascurabile. È un mercato gigantesco, con condizioni di rete, reddito medio, retail e abitudini d’acquisto diverse dai mercati occidentali più ricchi. Applicare lo stesso modello digitale ovunque, come se ogni territorio avesse connessioni stabili, download comodi e lo stesso rapporto con gli store, significa ragionare senza cognizione di causa.

Sempre secondo la stessa fonte anonima, anche i publisher non sarebbero stati informati in anticipo. Ora, è chiarissimo che un publisher deve sapere come venderà il proprio gioco. Fisico e digitale non sono due etichette intercambiabili da decidere alla fine. Cambiano margini, contratti con i retailer, previsioni di vendita, edizioni speciali, gestione del lancio, presenza sugli scaffali, prezzi e strategia regionale.
Se dal 2028 il disco sparisce, una Collector’s Edition non è più la stessa cosa. Puoi ancora vendere steelbook, artbook, statuetta e voucher. Ma stai vendendo merchandising attorno a una licenza digitale. Per i publisher questa distinzione conta parecchio, perché cambia anche il valore percepito del prodotto da parte di giocatori e di conseguenza anche il pubblico interessato a comprare.

Quello che sfugge

Il disco serve a prestare, rivendere, comprare usato, recuperare un gioco anni dopo fuori dallo store, mantenere una copia separata dall’account e creare pressione sui prezzi digitali. Se una grande catena come MediaWorld, Target, Walmart, Game Stop o Game Life taglia il prezzo di un gioco fisico, lo store digitale deve per forza di cose tenerne conto. Se l’usato esiste, il prezzo pieno eterno diventa più difficile da sostenere. Senza quel contrappeso, Sony respira meglio. Il giocatore no.

E no, il paragone con Steam non regge. Su PC il fisico è morto da anni, ma il mercato resta molto più aperto: Steam deve convivere con Epic Games Store, GOG, store dei publisher, bundle, siti di chiavi, DRM-free, mod, pirateria, emulazione e un universo di retrocompatibilità. Su console, invece, il produttore controlla l’ecosistema. Non è possibile paragonare realtà così diverse: il digitale su console non è il digitale su PC.

Poi c’è la preservazione, che Sony e l’industria preferiscono tirare fuori solo quando devono vendere nostalgia. Un disco moderno non basta sempre a conservare un gioco: patch, server, DLC e aggiornamenti rendono tutto più complicato. Ma proprio per questo eliminare il supporto fisico senza offrire soluzioni legali serie peggiora il problema. Archivi e ricercatori non possono dipendere dal fatto che uno store resti online, che una licenza continui a funzionare o che un publisher abbia ancora interesse a mantenere disponibile un’opera.

Sony è tornata sui social. Bene. Ora dovrebbe anche tornare nella conversazione reale che ha aperto lei, quella su prezzo, proprietà, usato, retail e futuro delle librerie PlayStation. Perché promuovere un arcade stick mentre la community chiede spiegazioni non è damage control. È provacazione.

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