Xbox sta provando a infilare la pubblicità nel cloud gaming, ma per una volta conviene aspettare un attimo prima di tirare fuori il forcone. Il test riservato agli Insider permette di avviare in streaming una selezione di giochi già presenti nella propria libreria senza sottoscrivere Game Pass. Prima della sessione parte uno spot; durante il gameplay, almeno secondo le regole annunciate da Microsoft, non viene mostrato nulla. Dopo un’ora bisogna ricollegarsi.
Una parte della community sta reagendo con un pelino di incazzatura, sostenendo che essenzialmente hai già pagato il gioco e adesso devi pure sorbirti la pubblicità. Questo però è vero solo a metà. Il software è già tuo, ma non il servizio che Microsoft sta finanziando con gli annunci né l’hardware remoto. Nessuno ti impedisce di scaricare il titolo sulla console e giocarlo normalmente. Lo spot compare soltanto se scegli di usare gratuitamente una funzione che oggi richiede un abbonamento.
Tra tutte le maniere in cui una piattaforma potrebbe monetizzare una partita, questa è forse una delle meno disgustose. La pubblicità resta fuori dal gioco e apre un accesso che prima non esisteva. Il punto delicato arriverà dopo, quando scopriremo quanto Microsoft abbia intenzione di rendere triste il livello gratuito per convincere le persone a passare a Game Pass. E bisogna senza dubbio fare qualche chiarimento riguardo quell’unica ora di gioco dopo la quale bisogna riconnettersi, perché è ovvio che in tantissimi casi non sarà sufficiente.

Xbox ripete che l’obiettivo è ridurre il costo d’accesso. In pratica non sta regalando giochi e non sta rendendo gratuito il cloud in senso assoluto. Sta facendo pagare l’uso dei server agli inserzionisti invece che direttamente al giocatore, e come compromesso può avere senso. Magari hai comprato un titolo mesi fa, sei fuori casa e vuoi avviarlo dal browser. Oppure possiedi ancora Xbox One e vuoi giocare qualcosa disponibile soltanto su Series X e Series S senza comprare una nuova macchina. Un televisore compatibile può diventare una console (everything is an Xbox!) senza aggiungere un altro abbonamento alle spese mensili. Per chi utilizza il cloud poche volte al mese, pagare Xbox Game Pass soltanto per accedere ai server sarebbe poco sensato. Guardare uno spot all’avvio può essere un prezzo molto più ragionevole.
La definizione di “gratuito” resta comunque quella dei servizi digitali: non escono soldi dal conto, ma qualcuno guadagna dalla tua attenzione. Microsoft ottiene anche un altro vantaggio. Porta dentro la propria infrastruttura utenti che altrimenti resterebbero fuori e può mostrargli quanto sia più semplice giocare pagando l’abbonamento.
Come dicevamo, ogni sessione durerà al massimo sessanta minuti. Ed è un problema. Un’ora va benissimo per provare rapidamente un gioco, ma in moltissimi casi non è la soluzione ideale. Bisogna quindi capire, prima di tutto, come avverrà la disconnessione dalla sessione. Inoltre, se la riconnessione richiede una potenziale coda che non si sa bene quanto possa durare, una serata normale può trasformarsi in una procedura ripetuta tre o quattro volte. A quel punto lo spot non interrompe tecnicamente il gameplay, ma interrompe comunque il modo in cui giochi. Magari si tratta di un vincolo che interessa solo la fase di test attualmente in corso. Non possiamo che augurarcelo.
Microsoft inoltre non ha ancora indicato la durata degli annunci. Manca anche una spiegazione su cosa accada quando la sessione cade per un errore del servizio. Se la connessione si interrompe dopo dieci minuti, il giocatore deve guardare un’altra pubblicità? Il tempo residuo viene conservato? Si torna in fondo alla coda?
Il cloud Xbox funziona già con una gerarchia. I livelli più costosi di Game Pass offrono tempi d’attesa inferiori e una qualità di streaming migliore. Onestamente riteniamo poco probabile che il piano gratuito possa ricevere lo stesso trattamento di chi paga ogni mese. In teoria un servizio gratuito deve essere abbastanza buono da attirare pubblico, ma non tanto da rendere inutile l’abbonamento. È la matematica normale di qualunque piattaforma con più fasce d’accesso. Il rischio vero non è vedere trenta secondi di pubblicità prima di iniziare, ma avere magari bitrate più basso, code lunghe e sessioni corte, tutto nello stesso pacchetto. Se l’esperienza viene peggiorata su troppi fronti, il livello gratuito smette di essere un servizio e diventa una pubblicità interattiva per Game Pass.
Non sarebbe esattamente uno scandalo inatteso, ma sarebbe molto diverso dal discorso sull’accessibilità con cui Xbox sta presentando il test. Dare una possibilità a chi non può comprare hardware recente significa offrire qualcosa che funzioni decentemente, non una trafila pensata per fargli desiderare la carta di credito dopo venti minuti.

Prescindendo quindi dalle belle dichiarazioni di Asha Sharma, sembra che Microsoft stia continuando a spostare il centro del proprio business dalla console all’accesso di un servizio. Se una persona può avviare un gioco acquistato su un televisore, un browser o una vecchia Xbox One, la vendita di Series X diventa meno importante. Conta che quella persona entri nell’account, utilizzi lo store e resti dentro l’ecosistema. La pubblicità può essere comoda per le fasce di pubblico per cui un nuovo hardware costa troppo. In cambio Xbox raccoglie ricavi dagli annunci e aumenta il numero di dispositivi su cui la propria libreria ha un’utilità.
La faccenda cambierebbe se Microsoft iniziasse ad allungare gli annunci, inserirli tra una sessione e l’altra con frequenza crescente o usare il piano gratuito come scusa per raccogliere più dati sulle abitudini di gioco. Sarebbe utile sapere quanto verranno personalizzati gli spot e se la selezione userà libreria, orari, generi giocati o altre informazioni dell’account.
La proposta, nella forma annunciata, sembra comunque accettabile. La pubblicità compare prima dell’avvio e chi preferisce giocare in locale o pagare Game Pass continua a farlo senza cambiamenti. Per chi usa il cloud solo ogni tanto esiste finalmente una strada diversa dall’abbonamento.
Microsoft va giudicata sui problemi che potranno essere costruiti intorno allo spot. Una singola pubblicità davanti a un’ora di streaming stabile può funzionare. Riconnessioni frequenti, code peggiori e qualità castrata renderebbero la stessa idea un sistema progettato per irritare i consumatori.
L’accessibilità sbandierata da Xbox avrà senso soltanto se il livello gratuito resterà abbastanza dignitoso da essere usato davvero. Se verrà tenuto intenzionalmente appena sopra la soglia dell’inutilizzabile, avremo un Game Pass pubblicitario senza il catalogo incluso. E a quel punto il problema non sarà più lo spot.
