Electronic Arts potrebbe vendere BioWare. Al momento non esiste una trattativa annunciata e conviene chiarirlo subito, prima che il desiderio di celebrare un altro funerale dell’industria trasformi una risposta su Bluesky in un comunicato ufficiale. La voce nasce da Mike Straw di Insider Gaming. Il giornalista sostiene che EA stia “al cento per cento” valutando come tagliare centinaia di milioni di dollari l’anno. Le sue fonti si aspettano licenziamenti su larga scala entro sei o dodici mesi, ma la sorte dei singoli team rimane incerta. Destructoid considera BioWare uno dei bersagli più plausibili, ma questo non significa che qualcuno abbia già messo Mass Effect su Subito.it insieme a due concept art di Garrus.
Il contesto rende comunque la voce più che credibile, come anche da noi discusso nelle nostre live su Twitch. Il 4 agosto si è conclusa l’acquisizione di EA da parte del consorzio guidato dal fondo saudita PIF, affiancato da Silver Lake e Affinity Partners. L’operazione vale 55 miliardi di dollari e comprende 20 miliardi di finanziamento a debito. Ai potenziali creditori è stato presentato un piano con risparmi annuali fino a 700 milioni. Nei documenti si parla naturalmente di efficienza, e siamo certi che i dipendenti apprezzeranno la delicatezza lessicale mentre aggiornano il curriculum e il profilo su Linkedin.
BioWare è una delle componenti più vulnerabili dentro Electronic Arts, perché porta con sé un nome enorme e risultati recenti a metà tra il deludente e il disastroso. EA la acquistò nel 2007 insieme a Pandemic per circa 860 milioni di dollari. Comprava gli autori di Baldur’s Gate e Knights of the Old Republic, con Mass Effect vicino all’uscita; Dragon Age sarebbe arrivato dopo. Naturalmente quella società oggi non esiste più. I veterani se ne sono andati e vari gruppi interni sono stati assorbiti.
Andromeda ha rotto qualcosa
Mass Effect: Andromeda viene ricordato come il primo grande fallimento della BioWare moderna, ma non è stato esattamente un disastro commerciale. Nei risultati del primo trimestre fiscale 2018, EA spiegò che il gioco aveva contribuito in modo significativo alle vendite digitali e alla crescita annuale. Il danno in realtà fu soprattutto d’immagine agli occhi dei giocatori e dei vecchi fan. Le animazioni facciali diventarono un meme e la scrittura non reggeva il confronto con la trilogia precedente. Si trattava di un chiarissimo passo falso dal punto di vista qualitativo, un gioco che non riusciva a reggere il peso della fama di BioWare, fino ad allora quasi impeccabile nelle sue produzioni.
La serie finì in pausa. Il supporto alla campagna terminò senza le espansioni attese, mentre BioWare Montréal venne assorbita da Motive. Andromeda non bruciò necessariamente il denaro investito, ma senza dubbio consumò la fiducia costruita nei dieci anni precedenti. Il pubblico si aspettava personaggi memorabili e scelte capaci di lasciare qualche cicatrice. Dopo il 2017 il marchio smise di essere una garanzia, pur restando un ottimo logo da mettere sulla scatola per far vendere qualche milione di copia in più.

Anthem è stato il disastro
Con Anthem BioWare tentò di diventare qualcosa per cui non aveva la struttura. L’idea piaceva moltissimo ai piani alti: prendere l’abilità narrativa dello studio e dargli una macchina economica da live service. In termini meno eleganti, fare i numeri di FIFA con persone che volavano dentro armature colorate.
Lo sviluppo assorbì risorse e trascinò con sé altri progetti, poi arrivò al 2019 e il risultato non fu esattamente stellare. Il volo era riuscito, buona parte del resto no. Missioni povere e loot senza mordente lasciavano poco da fare oltre la campagna; in pratica un live service senza endgame. EA ammise che il lancio non aveva raggiunto le aspettative, promettendo sostegno a lungo termine, salvo poi ripensarci nel giro di un nanosecondo. Il rifacimento chiamato Anthem Next fu cancellato nel 2021. I server sono stati spenti nel gennaio 2026, rendendo inutilizzabile un gioco venduto per anni. L’ex produttore Mark Darrah ha parlato di danni permanenti alle carriere e della sensazione che BioWare non si sia mai ripresa davvero. Osservando il gioco successivo, la sua interpretazione è in effetti difficile da contestare.

Dragon Age viola è il conto finale
Dragon Age: The Veilguard, o Dragon Age viola per gli amici, avrebbe dovuto dimostrare il ritorno ai giochi di ruolo in singolo. Arrivò dopo quasi dieci anni di sviluppo e due rifacimenti completi del gioco. In mezzo ci fu una lunga parentesi da live service imposta da EA. Quando il progetto tornò a essere un’avventura tradizionale, non ricevette magicamente indietro gli anni perduti nello sviluppo né tutte le persone che nel frattempo avevano lasciato BioWare.
Il prodotto pubblicato era mediocre nel gameplay e si portava dietro una scrittura a dir poco banale. Le scelte avevano perso peso e il tono era edulcorato, evitava qualsiasi possibile attrito e si affidava a un politicamente corretto che ha fatto storcere il naso almeno ad una parte dei giocatori. Un Dragon Age senza ruvidità, costruito per accompagnare il giocatore lungo corridoi colorati mentre i compagni gli spiegano con attenzione ciò che ha appena visto. La stampa distribuì voti generosi; il pubblico – giustamente – non fu d’accordo.
EA dichiarò circa 1,5 milioni di giocatori coinvolti nel trimestre di lancio, quasi il 50% sotto le aspettative. “Giocatori coinvolti” non equivale a copie vendute, perché comprende anche l’accesso tramite EA Play Pro. Dopo l’uscita non arrivò alcun programma di espansioni. Diversi sviluppatori persero il lavoro e molte assegnazioni provvisorie presso altri team EA divennero permanenti. BioWare, che due anni prima superava i 200 dipendenti, era già scesa sotto quota 100 all’inizio del 2025.

Attribuire ogni responsabilità a EA è sicuramente possibile, ma non è detto che corrisponda a verità. Sappiamo per certo che il publisher ha imposto la trasformazione live service di Dragon Age e spostato personale per salvare Anthem. Altrettanto sicuramente, dentro BioWare sono però mancate una direzione chiara e la capacità di difendere le proprie serie. Il ricambio nella leadership non spiega da solo dialoghi deboli o personaggi scritti con la qualità che ci si aspetterebbe da uno studente di scuola elementare. Il disastro è stato fondamentalmente condiviso; con ogni probabilità Electronic Arts si è limitata a peggiorare una situazione già di per sé pessima.
Vendere BioWare è il male minore
La vendita di BioWare non sarebbe automaticamente la conclusione peggiore, considerata la storia degli ultimi anni. Un proprietario disposto a finanziare un gruppo magari più piccolo, lasciandogli un’identità, potrebbe offrire più possibilità della lenta riduzione già praticata da EA. Resta da capire cosa verrebbe ceduto. BioWare senza Mass Effect e Dragon Age potrebbe contare solo sui suoi nomi storici, che però non avrebbero forse altrettanto potere commerciale; inoltre, le proprietà intellettuali più antiche, prive delle persone capaci di comprenderle, diventerebbero marchi da riattivare quando un foglio Excel suggerisce che la nostalgia è tornata redditizia. Non è assolutamente detto che funzioni.
Il prossimo Mass Effect rimane in sviluppo presso un piccolo nucleo guidato da veterani della trilogia. È l’unico progetto concreto dello studio, legato però a una società che si inserisce dentro 20 miliardi di nuovo debito. La nuova EA promette di investire e innovare, ma nel frattempo cerca centinaia di milioni di risparmi, con BioWare entrata nella conversazione pochi giorni dopo il passaggio di proprietà.

