Nel mondo dei videogame ultimamente vige la regola sempreverde della politica italiana. Vince chi la spara più grossa. E difficilmente le testate mettono in discussione certe paraculaggini, soprattutto quando vengono dai publisher con le tasche larghe. Chi vuole intendere intenda, ma nel frattempo vi parliamo di una simpatica affermazione appartenente al CEO di Epic Games Tim Sweeney, riguardo il tanto discusso Epic Games Store.

Un utente su Twitter gli ha chiesto quale sarebbe la sua reazione se Steam decidesse di tagliare i costi per gli sviluppatori adottando il modello Epic. Il per niente burattino di Tencent ha risposto orgoglioso che se Valve cambiasse rotta portando la percentuale da 70 ad 88%, la sua azienda smetterebbe di comprare esclusive e valuterebbe di far sbarcare i propri titoli su Steam. A suo dire ciò rappresenterebbe un momento storico nella storia del gaming su PC, con conseguenze estremamente positive sullo sviluppo di videogiochi su ogni piattaforma.

Dunque, per quanto ci piacerebbe credere alle favole, il mercato non se ne fa nulla dei buoni propositi. O meglio, dei finti buoni propositi. L’intento di Sweeney è senz’altro quello di ergersi a paladino della giustizia facendo ricadere la colpa dell’operato anti-consumatore di Epic Games Store sul barbuto GabeN, il quale continua tranquillo ad accarezzarsi la panza negli studi di Bellevue. Valve ha delle colpe? Sì e no. Sicuramente potrebbe fare di più per tamponare l’emorragia di esclusive in corso. C’è però un motivo se 70/30 è il revenue split standard ormai da tempo per il mercato del gaming digitale (dunque anche per Nintendo, Microsoft, Sony, Google ed Apple). Questo motivo si chiama sostenibilità, ed è un concetto della cui esistenza Sweeney si sta accorgendo solo adesso.

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Epic Games è un’azienda molto diversa dai tempi di Unreal

Epic Games Store e la sua percentuale generosa non possono realisticamente durare a lungo. Se così non fosse, dubitiamo fortemente che il CEO avrebbe lanciato questa sorta di ultimatum a Valve. È un misto di veleno e disperazione celati, perché Sweeney sa benissimo che Newell non accetterà mai di abbassare ulteriormente i suoi introiti per una meteora di passaggio, nonostante noi stessi preferiremmo percentuali meno impari. Il successo di Fortnite non può durare all’infinito, e anzi sta già calando da qualche mese in modo lento e progressivo. I soldi per comprare le esclusive hanno un limite: non stiamo parlando di colossi come Google o Microsoft.

Sembra quasi che Epic voglia inserirsi in una sorta di partnership con Valve per beneficiare del potenziale 88% sui suoi titoli, che potrebbero senz’altro raggiungere un pubblico maggiore su Steam. E non sarebbe male per noi consumatori, per lo meno ci toglieremmo dalle palle Epic Games Store, ma dubitiamo possa interessare a Newell, sempre per quel discorso sostenibilità. Il metodo Epic o Discord porta reali benefici soltanto alle tasche dei publisher, a cui non frega nulla di noi. Per caso i giochi costano meno su Epic Games Store? Non proprio. Hanno un miglior supporto? Neanche. Potrebbero metter fine allo schifo di bonus preordini, season pass e micro-transazioni? Per niente. E ricordate che Epic promise di voler smettere con le esclusive subito dopo la shitstorm su Metro Exodus, salvo poi cambiare idea annunciando la collaborazione con Obsidian e 2K per The Outer Worlds.

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The Outer Worlds sarà un’altra importante esclusiva di Epic Games Store

Cosa ci guadagniamo noi? Un bel merluzzo, giusto l’inconvenienza di usare un servizio scadente e poco sicuro. Eh, però gli sviluppatori guadagnano di più. Falso. Il publisher guadagna di più, continuando a racimolare miliardi esentasse, come nel caso di Deep Silver, 2K/Take Two e Ubisoft. Discorso leggermente diverso per gli indipendenti, che in teoria potrebbero guadagnare di più ma alla prova dei fatti, dati alla mano, generano introiti importanti solo pubblicando sulle grandi piattaforme come Nintendo eShop e Steam.

Tra le altre cose è paradossale sentir parlare di equità e diritti degli sviluppatori proprio da Epic Games. Probabilmente avrete già letto le interviste ai dipendenti di Epic, costretti a lavorare su Fortnite per più di 100 ore settimanali, 7 giorni su 7, con la minaccia del licenziamento se rifiutavano di fare gli straordinari. Da una compagnia che parla dei propri dipendenti come “corpi” (lett. bodies) non accetto prediche di alcun tipo sull’argomento. Alla fine della fiera nessuno fa beneficenza, e a dispetto di quanto possa dimostrarsi amichevole in pubblico l’obiettivo rimane sempre uno. Soldi, quattrini, pecunia, grana, contante, liquido, moneta, fondi, capitale. Piaccia o meno, questa è la realtà.

Se poi vogliamo continuare a prenderci in giro tessendo le lodi di chi spaccia i propri interessi per filantropia, beh, facciamolo pure. Ma non mi si venga a dire che quella di Epic Games Store sia concorrenza legittima perché è soltanto gating di contenuti a suon di quattrini, con un modello poco sostenibile e svantaggioso per i giocatori. Hanno pure la road map per aggiungere la feature del carrello sul negozio, signori. Ma di cosa stiamo parlando?