Orpheus: To Hell and Back – Recensione | un’idea lasciata a metà

Orpheus: To Hell and Back parte dall’idea di trasformare il mito di Orfeo ed Euridice in un puzzle game costruito entro i limiti reali del vecchio Nintendo Game Boy. E non si tratta solo di una scelta stilistica: il gioco può effettivamente funzionare sull’hardware originale attraverso la ROM inclusa, mentre su Steam viene eseguito tramite emulazione e venduto a 2,99 euro, un prezzo davvero irrisorio e che apre le porte a chiunque sia anche semplicemente incuriosito dal progetto.
Lo sviluppo del gioco è di Kibou Entertainment e StudioLoading. Il publisher del gioco, Alunite Inc, ci ha mandato una chiave di attivazione per Steam in modo da poterlo analizzare per potervi offrire le nostre impressioni.

La premessa riprende la discesa di Orfeo nell’Ade per recuperare Euridice, ma la tragedia viene reinterpretata con personaggi chibi, dialoghi brevi e un tono più leggero. La storia è più che altro una cornice, non viene approfondita più di tanto, né si sviluppa davvero il rapporto tra i protagonisti. Tutto procede molto velocemente e la conclusione arriva davvero presto, non c’è fisicamente lo spazio per consentire sceneggiature di chissà che livello.

L’elemento più caratteristico del gameplay è senza dubbio la lira, lo strumento utilizzato dal protagonista. Orfeo non combatte direttamente, ma utilizza tre melodie capaci di modificare il comportamento delle creature: una le attira, una le addormenta e una le respinge. Il gioco è strutturato su piccole stanze, i classici “quadri” dei tempi andati, che dovranno essere superati in progressione risolvendo dei puzzle dove lo sviluppatore ha espresso la propria creatività. Si tratta essenzialmente di sfruttare le tre azioni possibili con la lira per spostare i nemici, indirizzarli verso trappole, liberare passaggi e combinare correttamente musica e posizionamento del nostro personaggio. Anche i boss seguono questa logica, evitando in larga parte i combattimenti tradizionali.

Come dicevamo, il gioco è davvero breve, tanto da poter essere completato in un’unica sessione, orientativamente un paio d’ore di gioco (dipende dalla velocità con cui intuirete la maniera corretta di affrontare i puzzle). Le tre melodie potrebbero sostenere enigmi più complessi, magari con più interazioni contemporanee, ma i puzzle restano quasi sempre piuttosto elementari. Essenzialmente ho avuto la sensazione di aver giocato una lunga demo piuttosto che un’avventura completa.

Le criticità più evidenti riguardano precisione e pulizia dei movimenti. Ci sono alcuni problemi di collisioni poco coerenti e blocchi a volte più complicati del dovuto per essere spinti nella direzione desiderata. Anche la curva della difficoltà non mi ha soddisfatto. Buona parte dell’avventura risulta accessibile, ma ci sono dei chiari spike nella precisione che francamente ho trovato poco piacevoli. Problemi anche con alcuni dei boss, sempre legati a posizionamento e meccaniche poco chiare, che rendono lo scontro più macchinoso che divertente. Non c’è inoltre un sistema di salvataggio vero e proprio, per quanto sia possibile arginare il problema attraverso emulazione. Capisco che si tratti di un gioco piuttosto breve, ma avrei gradito l’opzione.

Un’altra mancanza difficile da ignorare riguarda il comparto sonoro. La colonna sonora chiptune accompagna correttamente l’avventura e le melodie della lira sono riconoscibili, ma gli effetti sonori sono quasi assenti. Movimenti, nemici e interazioni restituiscono pochissimo feedback, lasciando diverse scene fastidiosamente vuote. È un limite ancora più evidente in un gioco costruito attorno alla musica: sarebbero bastati pochi suoni ben scelti per rendere gli ambienti più credibili e le azioni più chiare.

Verdetto

Orpheus: To Hell and Back non è un brutto gioco. Ha identità, una buona direzione artistica e una meccanica molto coerente con il mito che vuole reinterpretare. Purtroppo tra durata molto ridotta, sistema di salvataggio assente, livello della difficoltà molto impreciso e povertà degli effetti sonori, ci sono troppe cose che non vanno per consentirgli di diventare qualcosa di davvero compiuto. È una curiosità interessante, ma finisce prima di dimostrare fino a dove avrebbe potuto arrivare.

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