Prezzi RAM in calo: il delirio per due lettere d’intenti

Negli ultimi mesi il prezzo della RAM non è semplicemente salito. È esploso. In molti casi si parla di cifre praticamente quadruplicate rispetto a poco tempo fa. La spiegazione che è girata ovunque è abbastanza semplice: l’AI sta divorando memoria, i data center stanno assorbendo tutta la capacità produttiva e il mercato consumer si deve adattare. Fin qui, tutto corretto. Il problema è che questa spiegazione racconta solo una parte della storia, e non è nemmeno la più interessante.

Non erano contratti: il dettaglio che cambia tutto

Per capire cosa è successo davvero bisogna partire da un punto che è passato quasi sotto traccia. I protagonisti sono Samsung e SK Hynix. Non sono due aziende qualsiasi, ma due dei principali produttori di memoria al mondo. Insieme coprono una fetta enorme del mercato DRAM globale e, quando si muovono loro, si muove tutto il settore. A fine 2025 viene annunciato il progetto Stargate insieme a OpenAI. Dentro ci sono numeri giganteschi, tra cui una domanda potenziale che arriva fino a 900.000 wafer DRAM al mese. Una cifra del genere basta da sola a spostare aspettative, investimenti e prezzi. Ma il punto chiave è un altro. Non si trattava di contratti già firmati e operativi. Si trattava di lettere d’intenti.

Negli stessi giorni, Sam Altman (CEO di OpenAI) firma una dichiarazione d’intenti sia con Samsung sia con SK Hynix. Due lettere parallele con i due principali produttori. Chiariamo: una lettera d’intenti serve a indicare una direzione, è un segnale di collaborazione futura utile per allineare strategie e intenzioni, ma non obbliga le parti a comprare o vendere quantità precise in tempi definiti e non garantisce che quei volumi verranno davvero allocati. Un contratto è un’altra cosa: stabilisce obblighi concreti, quantità, tempi e responsabilità. Qui invece siamo ancora nella fase precedente. Eppure il mercato ha reagito come se fosse già tutto deciso.

Prezzi esplosi: domanda reale e aspettative gonfiate

Da quel momento in poi succede quello che abbiamo visto tutti. I prezzi salgono rapidamente, le build PC diventano più costose e l’hardware gaming inizia a perdere senso a parità di prestazioni. Chi ha provato a fare un upgrade negli ultimi mesi se n’è accorto subito. La dinamica di base è reale: l’AI sta aumentando la domanda di memoria e i produttori stanno spostando capacità verso il data center, dove i margini sono più alti, lasciando il mercato consumer in secondo piano. Ma il problema è come questa dinamica è stata interpretata. Il settore non si è limitato a reagire a una domanda già consolidata. Ha iniziato a prezzare come certa una domanda futura che doveva ancora stabilizzarsi davvero.

C’è anche una motivazione economica molto semplice: vendere memoria ai data center è più conveniente che venderla al mercato consumer. I volumi sono enormi, i contratti sono più stabili e i clienti pagano per avere priorità, mentre il mercato retail è più lento, più incerto e molto più sensibile ai prezzi. Se sei un produttore, la scelta è evidente.
Poi arriva marzo e il quadro inizia a cambiare. Bloomberg riporta che Oracle e OpenAI fermano l’espansione del sito di Abilene, uno dei progetti chiave legati a Stargate, per via di finanziamenti complessi e priorità che cambiano. Non è un crollo del settore, ma è un segnale chiaro: quella crescita non è una linea retta senza attriti. E questo rende evidente un punto: il mercato aveva già corso troppo avanti.

Efficienza, console e cosa succede adesso

A complicare ulteriormente il quadro arriva anche un altro elemento. Google presenta TurboQuant, un algoritmo che riduce in modo significativo l’uso di memoria in una parte molto pesante dei modelli AI, la KV cache. Tradotto: per fare lo stesso lavoro serve meno memoria. Questo non elimina la domanda dei data center, ma introduce un fattore che nel racconto precedente mancava: l’efficienza.

Per mesi il messaggio è stato uno solo, cioè che servisse sempre più memoria, mentre ora diventa chiaro che almeno una parte del problema si può ridurre lavorando meglio sul software. Il mercato reagisce subito: alcuni titoli legati alla memoria scendono dopo l’annuncio, segno che una parte dell’euforia precedente si reggeva su aspettative troppo rigide. Questo non significa che i prezzi crolleranno nel breve periodo, perché il sistema si muove lentamente quando deve correggere verso il basso.

Nel gaming, però, l’impatto si vede già. Sony ha aumentato i prezzi di PlayStation 5 citando anche l’aumento dei costi della memoria. Dal punto di vista industriale è una scelta comprensibile, ma il contesto cambia la percezione. L’aumento infatti arriva proprio mentre iniziano a emergere i limiti della narrativa che lo rendeva così facile da giustificare, e quindi appare meno inevitabile e più opportunistico. Un passo indietro è improbabile, anche perché il contesto globale resta instabile.
Per Switch 2 la situazione è leggermente diversa: Nintendo sembra partire da una posizione più solida lato supply, il che potrebbe limitare l’impatto di eventuali aumenti.

La sintesi è semplice. La RAM è aumentata per una ragione reale, ma il mercato ha fatto un passo in più: ha preso due lettere d’intenti con i principali produttori e le ha trattate come se fossero già contratti definitivi, trasformando una possibilità in una pressione immediata sui prezzi. Poi alcuni progetti rallentano, arriva più attenzione all’efficienza e quella sicurezza assoluta inizia a incrinarsi. I prezzi però restano alti, perché quando c’è da anticipare gli aumenti il mercato è velocissimo, mentre quando dovrebbe ridimensionarli diventa molto più lento.

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