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Yves Guillemot minimizza la fine dei dischi: per Ubisoft il problema non è così grave

Yves Guillemot non sembra particolarmente preoccupato dalla fine dei giochi fisici su PlayStation. Secondo l’amministratore delegato di Ubisoft, la decisione di Sony non dovrebbe sconvolgere troppo l’industria. Il passaggio al digitale, a suo dire, avrebbe già aiutato il mercato PC e potrebbe persino permettere di costruire console meno costose. Tutto molto rassicurante, soprattutto quando a rassicurarti è uno dei soggetti guadagnerebbe di più dalla sparizione delle copie fisiche.

Il signor Guillemot parte da un fatto corretto: il mercato PC è diventato prevalentemente digitale senza implodere. Steam ha reso immediato acquistare, scaricare e aggiornare i giochi. La distribuzione online ha abbattuto costi logistici, eliminato il problema delle copie invendute e consentito a migliaia di produzioni minori di raggiungere un pubblico che nei negozi non avrebbero mai visto nemmeno col binocolo. Il problema è quando questa esperienza viene applicata alle console facendo finta che i due ecosistemi abbiano qualcosa in comune.

Su PC non esiste un unico negozio obbligatorio. Steam domina, ma deve convivere con GOG, Epic Games Store, Microsoft Store, store proprietari, rivenditori di chiavi, bundle e sì, anche con la pirateria. Il giocatore può confrontare i prezzi, sfruttare promozioni esterne e, in alcuni casi, acquistare versioni senza DRM. Non è il paradiso della concorrenza, ma Steam ha comunque addosso un qualche tipo di pressione.
Su PlayStation, invece, il digitale sta dentro la casetta blindata di mamma Sony. Il codice può anche arrivare da un rivenditore, ma la licenza viene riscattata sul PlayStation Network, resta legata all’account e dipende dall’infrastruttura controllata dal produttore della console. Questa non è una differenza secondaria, ma il punto centrale della questione.

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Guillemot sostiene anche che l’assenza del lettore possa rendere le console più accessibili. Tecnicamente è vero: eliminando componenti e meccanica si riducono i costi. Resta da capire quanto di quel risparmio venga lasciato al cliente che compra la console, e quanto invece finisca semplicemente nei margini di chi vende la macchina. PS5 Digital Edition costava meno del modello tradizionale, ma non era diventata improvvisamente una console economica. Con PS5 Pro siamo arrivati al lettore venduto separatamente, al supporto verticale opzionale e a una macchina già costosissima prima ancora di aggiungere gli accessori.
Una PS6 senza disco potrebbe essere meno cara della versione immaginaria dotata di lettore. Non significa che sarà conveniente. Potrebbe costare 900 euro invece di 950, e qualcuno riuscirebbe comunque a presentare quei cinquanta euro come una conquista per il consumatore.

Il settore hardware attraversa una fase pessima, tra rincari delle memorie, semiconduttori costosi e prezzi delle console che invece di scendere aumentano. Togliere il lettore può aiutare Sony a contenere la spesa. Andare a raccontare che questo sia un regalo al pubblico diciamo che richiede una faccia piuttosto robusta.

Dal punto di vista di Ubisoft, la sparizione del fisico è molto semplice da digerire. Niente produzione dei dischi, meno gestione del magazzino, nessun invenduto, distribuzione chiarissima e soprattutto niente copie usate che continuano a girare senza generare nuovi incassi. Un Assassin’s Creed rivenduto tre volte produce denaro per il negoziante e per i proprietari successivi. Ubisoft non vede più un centesimo.
Con il digitale, invece, ogni nuovo acquirente deve procurarsi una propria licenza. Il gioco non viene prestato, ceduto o rimesso sul mercato. Rimane inchiodato all’account finché il servizio esiste e l’azienda decide di lasciarlo disponibile.

Quindi forse quando il signor Guillemot parla di vantaggi e svantaggi, bisognerebbe specificare chi si prende gli uni e chi si becca gli altri. Per Ubisoft e per le casse di un festosissimo Yves le cose migliorano. Per i negozi che campano di nuovo e usato può significare la fine. Il giocatore perde la possibilità di rivendere, prestare, collezionare oppure recuperare una copia a prezzo inferiore senza aspettare che Sony e il publisher concedano uno sconto. Sconti che ovviamente saranno molto meno motivati a fare nel momento in cui non esiste più la pressione dei negozianti fisici.

Che l’industria non venga “disturbata troppo” è quindi credibile. L’industria continuerà a vendere giochi, incassare microtransazioni e pubblicare nuovi capitoli delle proprie serie. Il dubbio però – forse – riguardava il consumatore, non le casse di Ubisoft. Guillemot ha ragione quando sostiene che il mercato non crollerà. Milioni di persone compreranno comunque PS6. Il PlayStation Store continuerà a macinare transazioni e Ubisoft venderà Assassin’s Creed esattamente come prima.
Anche eliminare ogni forma di rivendita favorirebbe publisher e produttori hardware. Pure obbligare gli utenti ad acquistare tutto da un unico negozio potrebbe migliorare i loro conti. Seguendo questa logica, qualunque riduzione dei diritti del cliente diventa accettabile finché il fatturato non prende fuoco.

Chi perderà qualcosa, come al solito, non era invitato alla call con gli investitori.

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