Di titoli che cercano di mimare meccaniche e atmosfera dei Souls ne abbiamo visti in abbondanza nel corso degli ultimi anni. In un modo o nell’altro, credo sia evidente come più o meno tutti avessero delle mancanze in grado di farli risultare particolarmente frustranti, noiosetti o addirittura entrambe le cose. Questo perché la formula ideata da Miyazaki, pur con i suoi mille difetti, funziona e basta. Come direbbe Todd Howard “it just works”. È un mix talmente azzeccato di azione, strategia, ruolistica e level design da essere difficilmente replicabile.
La premessa calza a pennello nel caso dell’indie di cui parleremo nella recensione di oggi, Dark Devotion. Trattasi di un action 2D con elementi roguelite, piuttosto ispirato artisticamente e fedele ai principi del trial and error, con tutto ciò che ne deriva. Vediamo come si è comportato pad alla mano.

Dark Devotion recensioneDark Devotion – Recensione

Data di uscita: 25/04/2019
Versione recensita: PC
Disponibile su: PC
Lingua: Inglese
Prezzo di lancio: €49.99
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Che Dark Devotion sia molto “Dark” lo si capisce già nelle prime battute. Bisogna infatti farsi strada da soli tra le profondità di un tempio abbandonato e possibilmente infestato da creature infernali. Controlliamo un cavaliere templare, curiosamente donna, separatosi dal resto della sua squadra in circostanze misteriose. Quello che ci aspetta è una discesa nelle viscere della terra in un luogo dimenticato da Dio, pullulante di mostri e trappole a non finire.

L’unico luogo sicuro è una sorta di santuario stile Nexus di Demon’s Souls, a cui le anime sono legate in modo indissolubile anche dopo la morte. Da lì è possibile partire alla scoperta del mondo sotterraneo, ramificato alla maniera dei metroidvania classici. Sono presenti varie zone che si differenziano per scenario, difficoltà e tipologia di nemici al loro interno, chiaramente interconnesse da passaggi multipli. Ognuna dispone di checkpoint utilizzabili a mo’ di scorciatoia per l’hub principale e viceversa, spesso e volentieri presieduti da boss.

Da buon Souls-like, Dark Devotion si focalizza su esplorazione e combattimento. In linea di massima questi aspetti funzionano perché basati sugli stessi principi delle opere di FromSoftware, ovvero metodo, pazienza e sperimentazione. Il problema è che non puoi fisicamente traslare meccaniche dal 3D al 2D in rapporto 1:1 senza incappare in inutili fastidi per il giocatore.

Dark Devotion – Trailer di lancio

Partiamo dal level design. È ovvio che un’atmosfera simile a quella delle Catacombe in Dark Souls 1 sia virtualmente impossibile da realizzare con la pixel art e in due dimensioni.
Qui, praticamente nel 90% delle aree del gioco, ci troviamo in una situazione del genere. Non si vede a un palmo di naso, e persino utilizzare le rare torce trovate in giro serve davvero a poco. Brancoleremo nel buio, avanzando a tentoni per evitare di essere polverizzati dalle trappole nascoste e di cadere su spunzoni o baratri senza fondo. Ci fosse stata una visuale isometrica come in Below tutto avrebbe avuto leggermente più senso, così proprio no.

La lentezza esplorativa obbligata va di pari passo con quella del combattimento. Se da un lato parata e schivata consentono di evitare agevolmente gli attacchi nemici, colpire a nostra volta non è proprio immediato. Animazioni lente e una fastidiosa quanto corta barra dell’energia, che si consuma ad ogni azione, fanno sì che gli scontri diventino presto un tedio. Nonostante di armi e magie se ne trovino a bizzeffe, il feeling in combattimento rimane quello di un Lords of the Fallen, dunque tutto fuorché divertente.

Ed è un peccato, visto che poi strutturalmente ci sono anche delle belle idee. Ad esempio il fatto di non dover perdere i punti esperienza, la fede, con cui si compiono una miriade di azioni come aumentare le statistiche e sbloccare passaggi segreti. Oppure l’acquisizione permanente di equipaggiamenti che rimangono nell’inventario anche dopo la morte, insieme a tante altre gradite deviazioni dalla formula roguelike nuda e cruda.

Dark Devotion recensione

Dark Devotion cerca di portare lo stile dei Soulsborne in 2D

Purtroppo, in un gioco incentrato sul trial and error, se il combat system non diverte c’è ben poco da fare. Apprezziamo sì il design di nemici e boss, spesso davvero ispiratissimi, e in generale la difficoltà tarata verso l’alto tipica del sotto-genere. Tuttavia ci si sente fin troppo limitati e goffi con la spada in mano. Pensate per un attimo a Dead Cells. Veloce, responsivo, tecnico, soddisfacente, spettacolare. Dark Devotion è praticamente l’esatto opposto, almeno in termini di combattimento.

Dalla sua c’è però una buona varietà offerta dalle missioni secondarie proposte dai vari NPC, che ricompensano con sblocchi permanenti e upgrade. Poi l’approfondimento narrativo e sul lore, sicuramente non astruso ai livelli della concorrenza, con dialoghi che dimostrano un’ottima proprietà di linguaggio. Da non sottovalutare la longevità, attestata sulle 15-20 ore se si decide di andare a fondo con l’esplorazione: niente male per un indie venduto a 20€. Infine il comparto artistico, con i suoi pixel sanguigni e ricchi di carattere nonostante il buio pesto, combinati ad una soundtrack atmosferica piacevole.

Accettabile


Dark Devotion cade nel medesimo errore di Salt and Sanctuary, tentando di ricreare i Souls e tutte le loro peculiarità in un limitatissimo ambiente 2D. Va bene voler tributare una serie celebre ma bisogna anche metterci del proprio e assicurarsi che ogni meccanica sia al posto giusto senza annoiare inutilmente il giocatore. Prima la sostanza, poi il resto. Mai viceversa. Detto ciò parliamo comunque di un’esperienza nel complesso discreta, forte di un lato artistico e contenutistico di qualità. Se siete appassionati di Souls-like prenderlo in saldo non è sicuramente un errore.

Pregi Difetti
  • Look affascinante
  • C’è tanto da esplorare
  • Sorprendentemente longevo
  • Buio da dar fastidio
  • Sistema di combattimento tedioso
  • Lentezza generale a tratti esasperante