Direttamente dal Comic Con di San Diego giungono nuove e succulente informazioni su Death Stranding, ultima fatica di Hideo Kojima. Il director ha risposto a una serie di domande del pubblico, e insieme all’attore (nonché apprezzato regista) Nicolas Winding Refn ha svelato alcuni dettagli sul gioco.

Si inizia con una domanda sullo stato dei lavori, a cui Kojima risponde che non ha ancora ultimato la fase di creazione. Prosegue spiegando che il gioco ruoterà intorno alle connessioni. Sam, il protagonista, avrà il compito di connettere città le une con le altre e ci sarà una sorta di infrastruttura online a dare coesione agli sforzi dei giocatori sparsi per il mondo.

Alla base di Death Stranding c’è appunto la voglia di connessioni umane, di comprensione, quella che Hideo racconta di non aver mai avuto da famiglia e insegnanti durante la gioventù. Il motivo era la sua natura da otaku, da nerd, in origine un ostacolo ma poi diventato un ponte per costruire rapporti meravigliosi con gli attuali colleghi di lavoro ed amici. Ecco un assaggio della filosofia presente in Death Stranding.

Salta poi fuori che uno dei candidati a interpretare il cattivo del gioco fosse nientemeno che Keanu Reeves. A quanto pare, però, Kojima non rimase proprio convintissimo e scelse di optare per Madds Mikkelsen, da lui ritenuto più adatto al ruolo. Che il gioco abbia perso l’occasione di diventare mozzafiato (breathtaking)? Speriamo di no.

Il director rivela inoltre che Heartman, il personaggio interpretato da Nicolas Winding Refn, morirà ogni 21 minuti circa. Le meccaniche non sono ancora chiarissime ma da quanto trapela sarà possibile viaggiare in una sorta di mondo parallelo alla Stranger Things nel quale si viene considerati morti a tutti gli effetti. Una prospettiva senz’altro intrigante in termini di gameplay.

death stranding

Death Stranding toccherà in modo profondo il tema delle connessioni tra gli esseri umani.

Ma ora veniamo alla domanda chiave della conferenza. Gli viene chiesto perché per lui sia importante creare un gioco diverso da tutti gli altri. La risposta è piuttosto lucida. Kojima ritiene non abbia senso realizzare un’opera che esiste già. Il suo obiettivo è creare qualcosa di innovativo che possa ispirare il mondo intero. Al contrario di alcuni film di Hollywood, che vengono prodotti giusto a scopo utilitario per essere consumati e digeriti facilmente da chiunque, Kojima Studios vuole qualcosa di complesso e difficile da mandar giù.

Il risultato sarà divisivo, ma va bene così. L’importante è che dopo 10 anni se ne parli allo stesso modo di un Blade Runner o di un 2001: Odissea nello Spazio. Non gli interessano i guadagni facili e veloci. Avrebbe potuto realizzare un battle royale in quattro e quattr’otto e godersi i profitti. Il fatto è che ragionando in questo modo si uccide la creatività e ci si piega alla commercializzazione becera dell’arte.

Nicolas aggiunge che proprio la creatività sta alla base del progresso. Viviamo in un’epoca in cui essa viene regolata da algoritmi che la sviliscono fino a svuotarla completamente. L’intelligenza artificiale non possiede un’anima, non è capace di sviluppare una polarizzazione né di creare alcunché di interessante. Soltanto un essere umano privo di qualsivoglia barriera mentale può aspirare ad essere realmente creativo nel migliore dei modi.

Diventa quindi fondamentale contrastare l’invasione degli algoritmi nell’intrattenimento e costruire un’esperienza individuale significativa all’interno di un medium collettivo. Lui e Kojima vogliono distruggere il “buongusto”, il quale a sua volta distruggerebbe la fantasia. Se si inizia a porre paletti di alcun tipo agli artisti non c’è futuro per la creatività. Che si ami o si odi, questa è la realtà dei fatti e non esistono vie di mezzo, a detta di Refn e Kojima.

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Oltre a recitare in Death Stranding, Nicolas Winding Refn è l’apprezzato regista di Drive, Bronson e Solo Dio Perdona.

È un discorso che affronta tematiche apparentemente banali ma la verità è che nel mondo di oggi non esiste più nulla di scontato. Se ci pensiamo bene negli ultimi anni qualsiasi cosa vada leggermente fuori dagli schemi causa scalpore, persino quelle insignificanti. Il regime del politicamente corretto governa incontrastato sulle principali piattaforme d’intrattenimento, censurando ed eliminando tutto ciò che non ritiene conveniente e di buongusto.

Questo è transfobico, questo è sessista, questo non va bene perché offensivo verso gli abitanti del Tibet settentrionale e così via. Pensate che i cosiddetti giornalisti videoludici sono arrivati a frignare perché l’ultimo eroe di Overwatch (oltre ad essere un uomo bianco) ha i piedi scalzi. No, non è uno scherzo. Gli artisti, i creativi, non sanno più che pesci pigliare. Di questo passo li troveremo tutti internati con la camicia di forza a piangere in un angolino.

E allora, non importa se sopravvalutato o meno, Kojima resta un patrimonio dell’industria dei videogame e come lui tutti quelli che s’impegnano a regalarci esperienze reali ed emozionanti, senza filtri e censure. Smettiamo di lamentarci e lasciamogli fare il proprio lavoro. È ora di ammettere che l’arte non può e non deve mettere sempre tutti d’accordo, altrimenti cesserebbe di rappresentare la libertà di espressione diventando manifestazione del pensiero unico. Evviva Kojima, evviva la creatività.

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