Naoki Yoshida ha dichiarato che un remake di Final Fantasy 6, per rendere giustizia all’originale, richiederebbe quattro o cinque giochi. Se il punto di partenza è questo, probabilmente il progetto non dovrebbe nemmeno partire. Final Fantasy 6 ha già una storia completa, un cast enorme e una struttura che funziona ancora oggi. Molti giocatori chiederebbero a un remake qualcosa di abbastanza semplice: grafica moderna (magari nell’ottimo HD-2D), interfaccia ripensata, combattimento ribilanciato e una regia capace di valorizzare scene che nel 1994 vivevano di sprite, musica e immaginazione. Non serve allargare ogni passaggio finché un gioco solo diventa una saga da completare in quindici anni.
Square Enix sembra però aver imparato da Final Fantasy 7 Remake la lezione peggiore. Invece di capire quanto sia difficile sostenere un progetto simile, continua a ragionare come se ogni classico dovesse essere ricostruito sulle dimensioni di un blockbuster moderno: costi enormi, sviluppo interminabile e pubblico costretto a ricordare cosa è successo molti anni prima.
Il problema di Final Fantasy 7 Remake non è la qualità generale. Il primo capitolo e Rebirth hanno ottimi momenti, un sistema di combattimento riuscito e una produzione che pochi studi possono permettersi. Square Enix, però, non si è limitata a rifare Final Fantasy 7, ma ha cambiato il senso dell’operazione.
Midgar è diventata un gioco intero. Sono arrivati i Numen, le deviazioni temporali e diversi eventi riscritti. Chi voleva rivivere Final Fantasy 7 con strumenti moderni si è ritrovato davanti a una reinterpretazione, in parte seguito e in parte interpretazione. Può piacere, e a parecchie persone è piaciuta, ma quella strada resta molto più divisiva e inutile di quanto Square Enix riesca a comprendere.

Rebirth non ha raggiunto gli obiettivi economici fissati dall’azienda. Hanno pesato l’esclusiva iniziale, la base installata, i costi e il fatto di essere il capitolo centrale di una trilogia, non è detto che sia successo a causa di una storia fondamentalmente modificata e diluita rispetto all’originale. Resta comunque il fatto che gonfiare un remake di un gioco amatissimo fino a trasformarlo in un progetto da oltre dieci anni non garantisce vendite all’altezza. Restringe anche il pubblico, perché ogni uscita dipende da quella precedente.
Yoshida ha ragione su una cosa: Final Fantasy 6 ha un are di contenuti. Ha un cast ampio, città, dungeon, storie personali e una quantità di eventi che ancora oggi restituiscono l’impressione di un’avventura gigantesca. Era comunque un solo gioco. Funzionava perché usava l’astrazione. Una città non doveva diventare un’area da esplorare per cinque ore. Un dialogo non richiedeva motion capture e doppiaggio in più lingue. Uno spostamento poteva durare pochi minuti senza essere riempito di attività secondarie. La vecchia scuola insomma, che a quanto pare deve far schifo a molti considerato che i publisher sembrano aver smesso di crederci.
Square Enix sembra guardare lo stesso materiale chiedendosi quanto diventerebbe grande se ogni luogo venisse ricostruito con la densità di Rebirth. La domanda corretta sarebbe un’altra: Non è che magari sia Final Fantasy 6 che 7 funzionavano alla grande proprio perché andavano dritti al punto? Se per modernizzare Final Fantasy 6 servono cinque giochi, il limite non è nell’opera originale, ma nel modello scelto per rifarla.
Square Enix si comporta spesso come se avesse soltanto due possibilità. I Pixel Remaster rispettano gli originali e li rendono facilmente accessibili, ma restano molto vicini alla struttura di partenza. Il metodo Final Fantasy 7 porta invece grafica realistica, combattimento action, sceneggiatura riscritta e uno sviluppo vergognosamente lungo. In mezzo ci sarebbe la soluzione più sensata.
Final Fantasy 6 potrebbe funzionare con una grafica stilizzata di alto livello, senza inseguire il realismo. Il sistema ATB andrebbe reso più chiaro per il pubblico moderno, mantenendo però la stessa struttura strategica. Gli incontri casuali potrebbero essere rivisti e gli Esper spiegati meglio. Alcuni personaggi meritano più spazio, non otto ore aggiuntive ciascuno.
Il passaggio all’action non è nemmeno obbligatorio. Il successo del sistema ibrido di Final Fantasy 7 non trasforma automaticamente il combattimento a turni in un reperto da museo, Clair Obscure Expedition 33 ne è la prova più recente e più chiara. Final Fantasy 6 potrebbe mantenere pianificazione, gestione del gruppo e differenze tra i personaggi, eliminando lentezze dell’epoca. Modernizzare significa rendere più chiaro e reattivo ciò che esiste, non sostituirlo con schivate, combo e particelle fino a farlo somigliare a qualunque altro action RPG. Se ogni remake deve cambiare genere per sembrare costoso, allora non stiamo più recuperando quei giochi: stiamo usando il loro nome per venderne altri.
Il primo Final Fantasy 7 Remake è uscito nel 2020. Il capitolo conclusivo arriverà nel 2027, mentre il lavoro complessivo del team ha superato il decennio. Chi segue l’intera operazione deve comprare tre giochi e ricordare deviazioni introdotte anni prima, con il senso di alcuni eventi sospeso fino alla conclusione.
Con Final Fantasy 6 diviso in quattro o cinque parti il rischio sarebbe ancora peggiore. Quindici anni non sarebbero un’esagerazione. Cambierebbero console, tecnologie, direzione creativa e forse buona parte del gruppo di sviluppo. Ogni capitolo dovrebbe recuperare una fetta di pubblico persa lungo il percorso, mentre l’effetto novità diminuirebbe. Le persone nel frattempo giocano altro, cambiano interessi e si stancano. Un remake parte da una storia già completa: spezzarla per oltre un decennio non aggiunge automaticamente profondità. Rende soprattutto più difficile arrivare alla fine.
Un Final Fantasy 6 rifatto con criterio dovrebbe essere un gioco unico, con un budget sostenibile e una direzione chiara. Square Enix ha già dimostrato di saper costruire una reinterpretazione enorme e tecnicamente impressionante. Non deve usare quella formula per forza. Se oggi riesce a immaginare soltanto cinque capitoli, serve ripensare il progetto prima ancora di approvarlo.
