Ricordate quando, in tempi non sospetti, preannunciavo l’inizio di un lento e doloroso declino per la nuova Sony californiana? Ebbene, odio ammetterlo (neanche tanto) ma avevo ragione. Fin dal cambio di capocce al vertice della divisione PlayStation, prima gestita in Giappone prevalentemente da giapponesi, l’azienda è entrata dentro una spirale di soia senza fine. Prima le politiche censorie sui giochi di terze parti che hanno messo in difficoltà moltissimi sviluppatori nipponici, poi i passi falsi in ambito contenutistico (Days Gone, Predator, etc.) e infine l’hardware di PS5, che si preannuncia un costosissimo buco nell’acqua già nettamente inferiore alla concorrenza.

Tutto questo e molto altro è una diretta conseguenza dell’allontanamento dal Sol Levante. Se prima PlayStation si reggeva su esclusive di tutto rispetto realizzate in collaborazione con team eccellenti come Japan Studio (tra gli altri Demon’s Souls, Bloodborne, Shadow of the Colossus e Gravity Rush), oggi si poggia interamente sul versante occidentale ovvero Naughty Dog, Santa Monica, Sucker Punch e così via.

Il punto è che, almeno per quanto mi riguarda, questi studi non sono in grado di creare capolavori indimenticabili ma soltanto dei buoni titoli, chi più e chi meno, tutti estremamente somiglianti fra loro. A partire dal 2013, Sony Interactive Entertainment non ha fatto altro che realizzare aspiranti cloni di The Last of Us con diversi nomi, siano essi God of War, Horizon o Ghost of Tsushima. Sparita la varietà, l’eclettismo, l’estro giapponese, oggi l’esclusiva standard PlayStation è un action adventure in terza persona con la grafica bbbella e il ray tracing, perché piace a mio cugggino Pasquale e ai suoi compagni di Fortnite.

Un vortice di soia e mediocrità

Dove li ha portati tutto ciò? In primis al doversi ridurre a fare il Timoteo Maiali della situazione, rubando esclusive alle altre piattaforme per mesi o addirittura anni (diversi titoli Atlus, Square o gli immancabili contenuti extra di Call of Duty), e poi alla dipendenza quasi ossessiva da quel paio di first party rimastigli. Sia chiaro: fino a qualche anno fa anch’io apprezzavo i titoli di Santa Monica e Naughty Dog, ma nel corso degli ultimi anni il calo qualitativo e di idee si è fatto sentire parecchio.

Aggiungiamoci un’influenza sempre più invasiva da parte degli amatissimi guerrieri sociali come la Sarkeesian ed ecco che vengono fuori le soiate di alto livello come The Last of Us Part 2. Se avete dato un’occhiata ai leak vi sarete accorti di come la trama sembri scritta da una testa verde di 150kg afflitta da TDI (Trump Derangement Syndrome) e chiunque vi abbia dato un’occhiata è concorde nel definirla una grossa e immonda porcheria.

Perché? Ma per vari motivi. Innanzitutto la cattiva gestione delle risorse e delle tempistiche, che ha contribuito a rendere il gioco un travaglio alla Final Fantasy XV. Tantissimi sviluppatori hanno abbandonato lo studio, sia manovali che nomi altisonanti come Bruce Straley e solo il 30% della vecchia scuola ha mantenuto il posto nel corso dei lavori su The Last of Us Part 2. In poche parole non è più la Naughty Dog dei vecchi Crash e Uncharted ma un campo minato di tirocinanti, gente assunta part time e con contratti a tempo determinato o a progetto.

Dipendenti sul piede di guerra

A quanto pare i leak sono stati diffusi da un ex-dipendente che definisce il progetto come “uno dei peggiori a cui abbia mai lavorato”, non solo per la chiara direzione propagandistica ma per le condizioni di lavoro ostili e precarie. Ecco quanto trapelato in un’intervista condotta da Gamespot:

“Molti sono d’accordo con me nel dire che questo progetto è senz’altro uno dei peggiori a cui abbia mai lavorato, e non soltanto a causa delle divergenze d’opinione sulla trama. Nonostante diversi membri del team fossero Cristiani e non condividessero il messaggio del gioco, la loro professionalità non gli ha impedito di portarlo a termine. Il problema qui era il pessimo ambiente di lavoro.

Lo studio era piuttosto diviso sul gioco, e persino ventilare le proprie preoccupazioni faceva infuriare certi elementi. Le conseguenze erano accuse di bigottismo e i soliti epiteti -fobico, -ista e così via. In molti hanno dovuto mordersi la lingua per paura di perdere il posto o addirittura rovinarsi la carriera.

La cosa più triste era il non poterne parlare con nessuno. Parecchi hanno lasciato lo studio e sono stati costretti a firmare pile di NDA che gli imponevano l’assoluto silenzio su tutto ciò che accadeva all’interno dell’azienda.

Il fatto che molti membri del senior team di Naughty Dog siano andati via ha poco a che fare con il crunch e gli orari impossibili. Chiunque abbia lavorato nell’industria sa che questa è la prassi comune. Vai a lavorare, trangugia caffè e non muoverti dalla scrivania finché non completi i compiti che ti sono stati assegnati. Fa parte del gioco e dello stile di vita da sviluppatore. Cosa non ne fa parte è invece essere costretti a lavorare in un ambiente del genere”.

I nodi vengono al pettine

Potete vedere in che modo le direttive impregnate di soia della nuova dirigenza californiana abbiano fatto sì che il gioco prendesse una piega molto progressista e politicamente corretta peggiorando persino la situazione all’interno degli studi. Avere a che fare con il genere di squilibrati che, tra le altre cose, rende di proposito i personaggi femminili orrendi per “non offendere la community transgender” dev’essere davvero un incubo. Una volta entrati nel vortice della soia, uscirne è quasi impossibile.

Da ciò ne consegue che se il primo capitolo aveva trattato temi profondi e toccanti mantenendosi sempre distante dal prendere posizioni nette e lasciando l’interpretazione nelle mani del giocatore, il sequel (stando ai leak) fa di politica, inclusione e diversità esposte con l’eleganza di un Chris Chibnall le sue colonne portanti.

Ne avevamo già avuto un accenno nel DLC Left Behind, dove la piccola Ellie veniva resa lesbica così, per sport, giusto per strizzare l’occhio ai pazzi di Twitter e ResetEra. E se pensate che quello fosse stupido, non avete idea di cosa vi aspetti nella Parte 2. Altro che Kratos papà della soia, altro che Aloy figa di legno e Nadine “donna forte”. Qui si supera ogni limite di decenza e credetemi se vi dico che neanch’io mi sarei mai aspettato un simile scempio.

E allora belle le esclusive Sony, eh? Promettente il futuro di PlayStation con sviluppatori e scrittori di questo calibro. Sembra quasi che fare terra bruciata in Giappone e virare sul politicamente corretto sia stato un errore: chi avrebbe mai potuto immaginarlo? Get woke, go broke, California.

Aggiornamento

A quanto pare il sedere di Sony ha iniziato a bruciacchiare e alcuni canali social/YouTube sono stati colpiti da DMCA e ban per aver diffuso i leak su The Last of Us Part 2. Si propende dunque per un atteggiamento diplomatico alla Square Enix, con cui del resto è facile tracciare un parallelo visto quanto abbiano fatto pena i nuovi inserti di “trama” in Final Fantasy VII Remake.

E già che ci siamo tracciamone anche un altro, di parallelo. Neil Druckmann, vicepresidente di Naughty Dog, ha appena emulato quell’idolo di Patrick Soderlund rilasciando un commento fantastico. In sostanza se siete -isti, -fobici e quant’altro non siete graditi come clienti e vi si invita a non comprare il gioco. Tranquillo, caro Neil, non c’è mai stato questo rischio. Buona overdose di soia.