Mentre Ubisoft punisce i giocatori che farmano punti esperienza con l’editor delle missioni di Assassin’s Creed Odyssey per vendere i suoi meravigliosi XP booster, Microsoft li protegge dai pericoli della vita. A modo suo, naturalmente, con l’apertura mentale e la discrezione che la contraddistingue. Come, vi chiederete? Rimuovendo il fumo da Gears 5, a seguito di una partnership lucrosa con Truth Initiative, Turner e The Coalition, operanti nell’ambito e-sports.

Eleague, che sarebbe la divisione e-sports di Turner con l’esclusività sugli streaming di Gears 5, avrebbe influenzato Microsoft a rimuovere ogni traccia di fumo da Gears 5 e dai potenziali capitoli successivi. Uno dei dirigenti associati, Rod Ferguson, ha rilasciato una dichiarazione al riguardo.

“Ho visto con i miei occhi l’impatto devastante del fumo. Ho sempre ritenuto importante non usarlo come strumento narrativo, ed ecco perché la scelta di non metterlo in evidenza o glorificarlo in Gears 5 e nel resto della serie Gears of War da qui in avanti.”

Nonostante il fumo sia apparso davvero poche volte nella serie e mai in modo centrale, ora è diventato magicamente un problemone. E questo a dispetto del rating M (pubblico maturo) in un gioco dove si squartano i nemici a colpi di sega elettrica e il sangue piove a fiotti.

“Vari studi hanno dimostrato che non c’è alcuna correlazione tra la violenza nei videogiochi e quella nella vita reale”, afferma il boss di Turner. “Tuttavia esistono ricerche settoriali in grado di evidenziare il legame tra l’alta esposizione all’uso di tabacco nei media d’intrattenimento e il fumo giovanile. Rimuoverlo dal gioco avrà sicuramente un impatto positivo.”

Gears 5-

In Gears 5 si crea una situazione paradossale, dove la violenza e la brutalità vengono considerate accettabili, mentre il fumo viene bandito.

Quindi in sostanza la violenza va bene ma il fumo no. E anche Netflix la pensa così, tanto da proibire la raffigurazione dell’atto di fumare da tutti gli show per minori di 14 anni sulla sua piattaforma. Diciamo che in questo periodo il ritardo mentale è condiviso da un po’ tutta Hollywood e Silicon Valley. Rimuovere contenuti maturi da giochi, film e serie TV per adulti sembra essere diventata la moda del momento.

Lo abbiamo visto con Sony e le sue censure, a cui hanno fatto seguito diversi casi di auto-censura da parte di studi occidentali e giapponesi. Gli ultimi in ordine d’importanza riguardano le localizzazioni di Catherine Fullbody e di Judgment. Nel primo sono stati rimossi contenuti “transfobici” a detta dei fiocchi di neve perennemente offesi su ResetEra e Twitter, nell’altro una frase ritenuta “sessista e diseducativa”, che in realtà era un complimento innocente di un passante rivolto in maniera indiretta ad una bella ragazza.

Capite bene che qui il problema non sono un paio di modifiche alla localizzazione o a delle scene animate. La questione riguarda la libertà creativa di artisti, scrittori e sviluppatori che devono ormai evitare qualsiasi tema adulto, spinoso o piccante per paura di essere riempiti di insulti dalla setta di guerrieri sociali e attivisti mascherati da giornalisti come quelli di Kotaku, Polygon, VG247 e compagnia.

Il risultato è spazzatura politicamente corretta che non accontenta nessuno, ad esempio Anthem, Battlefield V, Agents of Mayhem, Mass Effect Andromeda, Ghostbusters (2016), Luke Cage, Gli Ultimi Jedi, Sense8 e così via. E purtroppo anche Gears 5 si avvia verso la pericolosa strada del Get Woke, Go Broke.

Gears 5

Il nuovo Gears 5 dovrà ridare lustro a un franchise che negli ultimi anni è andato scemando, e sembra che non si stia partendo col piede giusto.

La storia del gioco ruota intorno al girl power, è focalizzato su “inclusione e diversità” e fa addirittura parte del programma di Facebook dedicato alle donne nel gaming. Diverse dichiarazioni da parte dello staff di Gears 5 lasciano trasparire come il femminismo, la propaganda politica e le strizzatine d’occhio a un pubblico fantasma, che di sicuro non acquisterà il gioco, si siano infiltrate nello sparatutto Microsoft.

Ma era ovvio. Secondo voi c’era da aspettarsi diversamente da un’azienda che si dice contraria alla libertà di parola (testualmente “Xbox is not a free speech platform”) e istituisce un regime di monitoraggio dei contenuti dal nome “Difensori della Gioia”? Ora manca solo che cambino motto in “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Che bello vivere in questa linea temporale.